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L’Orientale di Napoli perde i pezzi e il dialogo, il caso del dottorando israeliano Benjamin Birely

Ariel Piccini Warschauer.

Un ateneo nato con la missione storica di gettare ponti tra lingue, culture e mondi diversi che si ritrova a fare i conti con la logica del muro contro muro. L’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” perde uno dei suoi ricercatori: Benjamin Birely, dottorando israeliano del dipartimento di Asia, Africa e Mediterraneo, ha lasciato l’Italia per fare ritorno in Israele, da dove proseguirà i suoi studi in modalità remota. Una scelta obbligata, denuncia il trentaseienne, dettata da un clima di crescente odio, ostilità e da minacce concrete alla sua incolumità fisica che lo hanno spinto a fuggire da quella Napoli che, per sua stessa ammissione, aveva imparato ad amare come una seconda casa. 

La vicenda affonda le radici nella polarizzazione esasperata che sta lambendo le accademie italiane dall’inizio della nuova ondata del conflitto in Medio Oriente. Birely, nato negli Stati Uniti nel 1990 e trasferitosi in Israele nel 2010, era arrivato all’Orientale nel 2024 per un progetto di ricerca. Parallelamente, lo studente curava la piattaforma online HolyLandSpeaks, uno spazio dedicato alla promozione della coesistenza pacifica tra israeliani e palestinesi, spesso esprimendo posizioni fortemente critiche nei confronti dello stesso governo di Benjamin Netanyahu.

Una sfumatura e una complessità che non sono bastate a proteggerlo all’interno del campus. Nella primavera del 2025, la tensione è precipitata. Prima un video social firmato dall’attivista pro-Pal Vincenzo Fullone – già noto per la partecipazione alla spedizione della Global Sumud Flotilla – che ha pubblicamente etichettato Birely come un “soldato senza divisa” inviato dalla macchina diplomatica israeliana per orientare il dibattito accademico. Poi l’affondo del collettivo studentesco Link Orientale, che ha rilanciato le accuse coniando lo slogan “dottorando in genocidio”. Da lì, l’escalation di insulti e pressioni è diventata insostenibile per il giovane ricercatore.

“Non presto alcun servizio nell’Idf. Sono solo un dottorando”, ha spiegato Birely, sfogando l’amarezza per un addio forzato. “Il silenzio e l’inerzia da parte dell’ateneo non mi hanno lasciato altra scelta che andarmene per proteggere la mia sicurezza”. Lo studente lamenta un isolamento quasi totale, interrotto soltanto – ironia della sorte in un contesto così polarizzato – dalla solidarietà ricevuta da alcuni colleghi universitari di nazionalità iraniana incontrati a Napoli. Per il resto, accusa Birely, le istituzioni universitarie si sarebbero mosse tardi e solo per vie legali.

I tutor dello studente, i professori Domenico Agostini e Gian Pietro Basello, confermano la gravità della situazione, definita “estremamente pericolosa”, e assicurano di aver sollecitato a più riprese gli uffici dell’ateneo. Il nodo formale sul futuro del suo dottorato passerà al vaglio del collegio docenti, chiamato al voto proprio oggi, 2 luglio, per sbrogliare una situazione che rischia di lasciare il ricercatore in un limbo burocratico: autorizzare formalmente una missione di ricerca stabile in un Paese attualmente in stato di guerra comporta infatti responsabilità giuridiche non banali per l’amministrazione.

Il Rettore dell’Orientale, Roberto Tottoli, non nasconde il peso di quella che definisce “un’immensa occasione mancata” e un sintomo di una crisi profonda che attraversa l’intero sistema universitario europeo. “Si tratta di un veleno accademico di natura post-coloniale in cui tutto viene ridotto a un sistema binario”, ha dichiarato il Rettore, stigmatizzando una logica dicotomica che finisce per alimentare “antichi pregiudizi di stampo antisemita” e rimuovere la reale complessità del Medio Oriente a colpi di slogan vuoti e posizioni preconcette.

Resta il fatto che, mentre la politica e i collettivi si scontrano sul piano ideologico, l’università pubblica perde la sua funzione primaria: quella di essere uno spazio franco dove discutere, anche duramente, ma senza che la cittadinanza o la nazionalità di un ricercatore diventino un fattore di rischio personale.

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