Guerra cibernetico-finanziaria, Israele stringe il cappio sui wallet cripto dei Pasdaran destinati a Hezbollah
Ariel Piccini Warschauer.
La guerra in Medio Oriente non si combatte solo sul terreno, tra raid aerei e operazioni di terra. C’è un secondo fronte, invisibile ma non meno strategico, che corre lungo i binari digitali della finanza decentralizzata. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha firmato un decreto immediato per sanzionare e congelare 37 portafogli di criptovalute riconducibili al Corpo delle guardie della rivoluzione islamica dell’Iran (i Pasdaran).
Il valore complessivo dei fondi intercettati ammonta a 24 milioni di shekel, l’equivalente di circa 8 milioni di dollari.
L’operazione è il risultato di una complessa indagine tecnologica condotta dall’Nbctf (l’Ufficio nazionale per la lotta al finanziamento del terrorismo, incardinato nello stesso ministero della Difesa), in stretta collaborazione con i principali organi dell’intelligence militare israeliana.
Secondo i rapporti ufficiali, l’infrastruttura di portafogli digitali era utilizzata da Teheran come un vero e proprio canale di rifornimento economico d’emergenza.
“La campagna contro l’Iran non si combatte solo sul campo di battaglia, ma anche colpendo il denaro che alimenta il terrorismo”, ha commentato Katz a margine della firma. “Ogni dollaro sottratto ai Pasdaran è un dollaro che non raggiungerà Hezbollah o Hamas”.
L’obiettivo primario dei flussi finanziari era infatti Hezbollah. Il movimento sciita libanese si trova da mesi in una situazione di grave affanno finanziario, stretto tra i danni strutturali subiti durante l’ultimo conflitto contro le forze israeliane e la necessità di riorganizzare la propria rete logistica.
Per anni, le criptovalute hanno offerto alle organizzazioni criminali e statali sotto sanzioni un paravento ideale, grazie alla promessa di un elevato livello di anonimato. Tuttavia, la natura stessa della tecnologia blockchain – che registra in modo pubblico e indelebile ogni transazione – si sta trasformando in un’arma a doppio taglio. Se da un lato permette trasferimenti transfrontalieri istantanei fuori dai circuiti bancari tradizionali (come il sistema Swift), dall’altro lascia tracce indelebili che le agenzie di cyber-intelligence sono ormai in grado di decrittare e mappare.
L’azione di Tel Aviv si inserisce in una più ampia stretta internazionale sui canali di finanziamento illecito del blocco iraniano. Le autorità israeliane hanno confermato che i flussi intercettati sui 37 wallet oscurati rappresentano solo la punta dell’iceberg di un sistema che, nel corso degli ultimi anni, ha movimentato decine di milioni di dollari verso le milizie proxy della regione, inclusi i ribelli Houthi in Yemen.





