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Tra Villa Taverna e Sinner il governo si dichiara spettatore della partita sul Monte dei Paschi ma non può farlo

Pierluigi Piccini.

La frase è del ministro della Difesa, e nella sua ironia involontariamente perfetta dice tutto della giornata italiana. Oggi a Roma, a Villa Taverna, l’ambasciatore americano offre il ricevimento per l’Independence Day, e la ricorrenza assume un peso particolare perché cade a ridosso dello scontro durissimo tra Donald Trump e Giorgia Meloni: presenze e assenze diventano il “termometro” delle relazioni tra i due Paesi. Ci saranno i vicepremier Salvini e Tajani, Renzi e Lupi, delegazioni di Pd e M5S; atteso anche Crosetto, che nei giorni scorsi ha detto, ironico: “Se ho tempo andrò volentieri. Gli hamburger sono sempre stati buonissimi”. La premier sarà invece a Padova, al congresso della Uil. Ecco dunque a cosa si è ridotta, per ora, la più solida alleanza della politica estera italiana: a un giardino romano dove si contano le sedie. Dopo che il presidente americano ha raccontato che la premier lo avrebbe “implorato” di fare una foto insieme, aggiungendo che “gli ha fatto pena”, e dopo la replica di lei — attacchi “gratuiti e insensati” —, il governo ha scelto la linea del contenimento: non rompere a livello diplomatico, lavorare al memorandum sui minerali critici e all’adesione alla Pax Silica come primo passo per rinsaldare le relazioni. La sostanza dell’alleanza si misura ormai in litio e terre rare; il nome — l’amicizia atlantica, la special relationship all’italiana — si celebra con gli hamburger, in attesa del vertice Nato del 7 e 8 luglio ad Ankara, dove l’Italia porterà il 2,8% del Pil investito in difesa e dove si scoprirà se il faccia a faccia ci sarà davvero. Sotto la lite personale, peraltro, c’è una questione seria e quasi rimossa: il diniego italiano all’uso delle basi per operazioni contro l’Iran fuori dal perimetro degli accordi bilaterali, un no che ha generato “forte disappunto” dell’amministrazione americana. La fotografia negata conta meno della base negata: è lì che l’Italia ha esercitato, per una volta, una sovranità di sostanza, e non a caso è lì che il risentimento morde.

La seconda notizia della giornata riguarda Siena, e chi scrive non finge distacco. Il Tesoro sarebbe pronto a un collocamento accelerato della quota residua del 4,863% detenuta in Mps, alla prima finestra utile di mercato; il Mef smentisce, ma le fonti confermano, e il timer dell’operazione scadrebbe l’8 luglio. Nel frattempo Intesa ha depositato in Consob il documento sull’Opas, e i soci di Unipol con il 50,3% del capitale si sono impegnati a sottoscrivere l’aumento destinato all’operazione, mentre Delfin, con il suo futuro sempre più incerto e il consiglio spaccato, resta l’ago della bilancia con il suo pacchetto della banca. E il sottosegretario all’Economia riassume la filosofia governativa in una formula che merita di essere incorniciata: “il mercato va e il governo osserva”. Osserva, appunto. Ma un azionista che vende non osserva: gioca. Se il Tesoro colloca la propria quota nei giorni stessi in cui si decide il destino dell’offerta, il nome è neutralità e la sostanza è una mossa — e infatti c’è chi osserva che il ministero rischia di apparire non solo come arbitro della partita, ma come uno dei suoi protagonisti. È esattamente il punto che da mesi andiamo ripetendo a proposito del golden power: lo Stato non può dichiararsi spettatore di una partita in cui possiede le carte, il fischietto e una porzione del campo. Intanto Piazza Affari chiude il semestre da prima della classe, con il Ftse Mib a +15%, trainata proprio dalle banche: il risiko rende, almeno agli indici. Resta da capire cosa renda a Siena, dove della banca rischia di restare — l’abbiamo scritto — soltanto il nome.

Il denaro, del resto, è il filo che attraversa tutte le prime pagine. I giornali raccontano i guadagni del presidente americano grazie alle criptovalute nel primo anno di presidenza — almeno due miliardi di dollari — e, sull’altro versante, il debutto trionfale di Bending Spoons al Nasdaq: +38%, per una valutazione oltre i 24 miliardi. La più brillante società tecnologica italiana si quota a New York, non a Milano: anche questo è un termometro, e segna la febbre di un capitalismo nazionale che produce valore ma non trattiene né capitali né quotazioni. E da oggi, quasi per contrappasso, entra in vigore la tassa da tre euro sui pacchi in arrivo dalla Cina: la globalizzazione si regola ormai al dettaglio, pacchetto per pacchetto, mentre all’ingrosso continua a decidere altrove.

Poi c’è la politica interna, che si esercita nel suo genere prediletto: la legge elettorale. La discussione sulla riforma è tra le notizie principali del giorno, e il cosiddetto “Melonellum” slitta, con la Lega che fa scudo contro le preferenze e i giuristi del fronte del No al referendum che preparano il ricorso alla Consulta. Come sempre in Italia, la legge elettorale non è uno strumento per rappresentare il Paese ma per fotografare i rapporti di forza di chi la scrive: si discute del nome — governabilità, rappresentanza, preferenze — e si negozia la sostanza, cioè chi controllerà le liste. Sullo sfondo, l’osservazione più acuta viene da fuori: la premier, a lungo l’alleata europea più fedele di Trump, ha abbandonato la sua cauta deferenza proprio mentre si prepara a una battaglia per la rielezione in cui il rapporto con il presidente americano sta diventando un peso politico sempre più gravoso. Anche le amicizie internazionali, come le leggi elettorali, si aggiornano in base ai sondaggi.

Su tutto, la notizia che i giornali hanno scelto come apertura: la Fraternità sacerdotale San Pio X, i lefebvriani, ha ordinato quattro vescovi opponendosi alla richiesta di papa Leone XIV di non farlo, con una scelta che comporta la scomunica. È uno scisma consumato in diretta social, e questo dettaglio dice quasi più della sostanza teologica: perfino la rottura con Roma, che un tempo si compiva nel segreto delle cappelle, oggi ha bisogno dello streaming. Ma la frattura è antica e serissima: riguarda chi ha autorità sul rito, cioè — di nuovo — chi detiene la sostanza dietro il nome dell’unità.

E infine il cielo, che in Italia non fa mai da sfondo neutro. Dopo giorni di canicola, una perturbazione porta pioggia e grandine: allerta rossa per rischio idrogeologico sulle Prealpi vicentine, arancione su Veneto ed Emilia-Romagna, nubifragi a Milano con centinaia di interventi dei vigili del fuoco, tromba d’aria sull’Altopiano di Asiago e qualche fiocco di neve al passo dello Stelvio. E mentre il Nord grandina, nelle campagne pavesi è “guerra dell’acqua”, con furti nei canali per irrigare le risaie. Canicola e grandine, siccità e alluvione nello stesso giorno, sulla stessa pianura: il clima è diventato la vera politica interna del Paese, quella che non si negozia a Villa Taverna né si emenda in commissione.

Chiudo con Jannik Sinner, che a Wimbledon avanza e, tornando sul crollo fisico di Parigi, dice una frase di rara onestà: “Abbiamo capito cosa è successo ma potrebbe anche risuccedere, perché non è cosa che si risolve dall’oggi al domani. Stiamo facendo tutto il possibile per evitarlo”. Nessun trionfalismo, nessuna rimozione: conoscere la propria fragilità e continuare a giocare. In una giornata di smentite che confermano, di ricevimenti che misurano le rotture e di riforme che slittano, è forse l’unica dichiarazione pubblica italiana in cui il nome e la sostanza coincidono. Ci sarebbe da impararne, dal ragazzo: il Paese che ammette “potrebbe risuccedere” — sui conti, sulle banche, sulle alleanze, sul clima — è l’unico che ha qualche possibilità di evitarlo.

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