Israele espelle i due attivisti della Flotilla e a Gaza prosegue la caccia ai tunnel
Ariel Piccini Warschauer.
La crociera della provocazione è giunta al capolinea. Dopo una settimana di braccio di ferro legale e mediatico, Israele ha messo la parola fine alla vicenda dei due volti noti della «Global Sumud Flotilla», Thiago Ávila e Saif Abukeshek. I due attivisti, fermati dalle forze speciali della Marina israeliana in acque internazionali mentre tentavano di forzare il blocco navale di Gaza, sono stati ufficialmente espulsi.
Per il governo Netanyahu, non si è trattato di una limitazione della libertà di espressione, ma di una banale quanto necessaria operazione di polizia di frontiera. Thiago, agitatore professionista brasiliano, e Saif, cittadino spagnolo di origini palestinesi già noto alle autorità, sono stati scortati all’aeroporto Ben Gurion. «Non permetteremo a nessuno di trasformare il Mediterraneo in un corridoio di rifornimento o di supporto per i terroristi di Hamas sotto le mentite spoglie di aiuti umanitari», fanno sapere fonti del Ministero della Difesa.
Mentre gli avvocati delle ONG urlano al sequestro di persona, la realtà dei fatti parla di una flotta che, pur battendo bandiera italiana, trasportava più telecamere che generi di prima necessità. Un copione già visto, utile a nutrire la propaganda anti-israeliana ma totalmente scollato dalle reali necessità logistiche degli aiuti, che continuano a transitare per i valichi terrestri controllati.
Gaza, il drone della precisione
Nel frattempo, sul terreno della Striscia, la pressione militare non accenna a calare. L’agenzia di stampa palestinese Wafaha denunciato nelle scorse ore un raid notturno condotto da un drone su un campo di rifugiati (presumibilmente Nuseirat), che avrebbe causato la morte di una persona.
Se per la narrativa palestinese si tratta dell’ennesima vittima civile, dalle parti del quartier generale dell’IDF la lettura è diametralmente opposta. L’operazione rientra nella strategia dei «colpi chirurgici»: non bombardamenti a tappeto, ma droni a guida remota capaci di colpire singoli operativi di Hamas o della Jihad Islamica nascosti tra la popolazione. L’obiettivo, confermato da fonti militari, era un punto di osservazione utilizzato per monitorare i movimenti delle truppe di terra israeliane.
Due pesi e due misure
La vicenda della Flotilla e il raid notturno sono due facce della stessa medaglia: da una parte la guerra ibrida combattuta a favore di social media e tribunali internazionali, dall’altra la guerra sporca, fatta di droni e tunnel, che si combatte nelle macerie di Gaza. Israele sceglie la linea dura: espellere chi cerca visibilità e colpire chi minaccia la sicurezza. Con buona pace di chi, da lontano, continua a invocare un diritto internazionale che sembra valere solo quando deve essere usato contro lo Stato ebraico.





