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L’avamposto segreto nel deserto, così Israele ha sfidato la geografia per colpire l’Iran

Ariel Piccini Warschauer.

Il deserto dell’Anbar non è mai davvero vuoto. È una distesa di sassi e segreti dove i confini sono linee tracciate sulla sabbia, spesso ignorate da droni e reparti speciali. L’ultima rivelazione, filtrata da fonti americane al Wall Street Journal, aggiunge un capitolo cruciale alla cronaca dell’Operazione Roaring Lion dello scorso febbraio: Gerusalemme non si è limitata a sorvolare l’Iraq per colpire Teheran, ha «occupato» un pezzo di deserto per farlo.

La logistica del rischio

Costruire una base segreta in territorio ostile — o quantomeno non amico — è un’operazione che risponde a una logica ferrea: quella del CSAR (Combat Search and Rescue). Quando i caccia della IAF (Aeronautica Israeliana) si spingono a oltre mille chilometri di distanza, il fattore tempo è tutto. Se un pilota viene abbattuto o ha un guasto tecnico sopra l’altopiano iraniano o nelle distese mesopotamiche, il recupero non può partire dal deserto del Negev in Israele. Sarebbe troppo tardi.

L’IDF ha quindi creato un «hub» logistico tra le dune irachene. Non una base permanente con caserme e bandiere, ma un avamposto per le forze speciali — probabilmente gli uomini della Shaldag o dell’Unità 669 — pronti a saltare sugli elicotteri per un recupero lampo dei piloti israeliani. 

L’incidente del pastore

Il piano ha rischiato di saltare a marzo. Un pastore locale nota movimenti insoliti, elicotteri neri che tagliano il buio, il rumore di generatori dove dovrebbe esserci solo il silenzio. Baghdad si insospettisce, invia truppe. Qui la cronaca si fa ambigua: si parla di raid aerei israeliani per “scoraggiare” l’avvicinamento degli iracheni.

All’epoca, il governo di Baghdad puntò il dito contro Washington, parlando di operazione «sconsiderata». Ma gli americani, pur sapendo, sono rimasti a guardare. Un gioco di specchi classico in un teatro dove nessuno è mai chi dice di essere.

La firma di Tomer Bar

C’è una frase del Capo dell’Aeronautica, Tomer Bar, che oggi suona diversamente. A marzo parlò di missioni «straordinarie, capaci di accendere l’immaginazione». Si riferiva probabilmente a questo: la capacità di proiettare forza d’élite in un vuoto di potere, trasformando un territorio nemico in una piattaforma di lancio.

Israele ha dimostrato che per colpire l’Iran non basta il controllo del cielo. Serve una presenza a terra, invisibile ma letale, capace di operare nelle pieghe di uno Stato — l’Iraq — che fatica a controllare i propri confini. Una mossa audace, al limite del collasso diplomatico con gli USA, ma necessaria per garantire che nessun pilota finisse nel “buco nero” delle carceri iraniane.

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