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Il presidente, il re e Lady D, Donald Trump e quell’ossessione chiamata Diana

Ariel Piccini Warschauer.

C’è una storia che viene sussurrata in queste ore nei corridoi della Casa Bianca, e riguarda una presenza biondo, iconico e terribilmente chic. Nonostante il cerimoniale serrato della visita ufficiale di Carlo III e Camilla (dal 27 al 30 aprile 2026), il vero colpo di teatro lo ha messo in scena lui, Donald Trump, manco a dirlo... Con quel gusto per la provocazione che lo contraddistingue, il Presidente ha servito un cocktail di nostalgia e imbarazzo, rivelando che sua madre, Mary Anne, aveva un debole per il giovane Carlo. «Lo trovava così carino», ha scherzato Trump davanti a un Re che, dietro il sorriso di circostanza, nascondeva probabilmente il desiderio di trovarsi ovunque tranne che lì.

Ma come ogni storytelling trumpiano che si rispetti, il colpo di scena non è in ciò che viene detto, ma nel non detto. Perché se mamma Mary Anne sognava il Principe, Donald, negli anni ’90, sognava la Principessa. Diana Spencer, per la precisione.

Dimenticate i messaggini o i like tattici. Quando il “The Donald” degli anni d’oro decideva di puntare una preda, lo faceva con la grazia di un bulldozer ricoperto di petali. All’indomani del divorzio reale, Trump trasformò Kensington Palace in una succursale di un fioraio d’alta moda.

«Ha bombardato Diana di bouquet enormi, valevano una fortuna», ricorda oggi l’amica della Principessa, Selina Scott.

Ma quella che per Trump era una strategia di conquista da manuale (The Art of the Floral Deal?), per Diana era un incubo ad occhi aperti. Si dice che le rose e le orchidee si accumulassero nei corridoi della sua residenza fino a soffocarne l’aria. La reazione della Principessa? Non fu tenerezza, ma un brivido di freddo. «Mi dà la pelle d’oca», avrebbe confidato Diana, sentendosi non corteggiata, ma braccata. Per lei, Trump era l’uomo che la vedeva come la “donna trofeo da esibire in pubblico”, l’ultimo pezzo mancante per completare il puzzle del suo impero.

Oggi Trump smentisce, gioca in difesa, dichiara a Piers Morgan che si trattò solo di una stretta di mano cordiale. Eppure, il cuore (o forse l’ego) non mente mai del tutto. Nel suo libro del 1997, The Art of the Comeback, lo scrisse nero su bianco con una lucidità quasi commovente:

«Ho un solo rimpianto con le donne: non aver mai potuto corteggiare Lady Diana Spencer. Era una vera principessa, una donna da sogno».

Vedere oggi Trump e Carlo III scherzare sulle “cotte” familiari fa sorridere, ma è un sorriso amaro. Dietro la battuta del Presidente c’è il riflesso di un uomo che ha avuto tutto — torri, casinò, la presidenza — ma che non è mai riuscito a conquistare l’unica cosa che non era in vendita: l’approvazione e il cuore della donna più fotografata del mondo.

Mentre Camilla osserva con distacco britannico e Carlo sposta nervosamente i gemelli della camicia, resta una certezza: Diana Spencer sapeva distinguere un vero principe da chi, per tutta la vita, ha solo cercato di costruirsi un regno di specchi da vero parvenu. 

Il presidente, il re e Lady D, Donald Trump e quell’ossessione chiamata Diana

Blitz di Israele a largo di Creta,

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