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Il teatro, il fuoco, l’acqua e la fiamma pilota

Pierluigi Piccini.

C’è una parola, nelle cronache della nuova stagione dei Teatri di Siena, che ricorre con la frequenza di un’aspersione: cultura. Crescita culturale, welfare culturale, benessere. La si posa sul musical e sulla prosa, sul volto televisivo e sulla danza, e perfino su ciò che «ci avvicina a noi stessi e agli altri». Quando una sola parola riesce a benedire indistintamente cose tanto diverse, conviene domandarsi se stia ancora dicendo qualcosa, o se non sia diventata un timbro, un’aureola verbale che santifica qualunque consumo. È diventata, temo, la seconda cosa. E proprio perché non distingue più nulla, l’unica domanda che resti viva è la più semplice: quale cultura? È esattamente quella a cui la presentazione romana si è guardata bene dal rispondere.

Conviene partire dalla cornice, perché è la parte più rivelatrice. Il filo rosso scelto per la stagione è il fuoco, dopo l’acqua e la terra degli anni precedenti, il prossimo sarà l’aria. E per nobilitarlo si convocano le immagini più incendiarie che la tradizione possa offrire: Prometeo, che ruba il fuoco agli dèi e lo paga con la tortura; e Caterina, la santa senese, con quella frase che non prometteva conforto a nessuno — «se sarete ciò che dovete essere metterete fuoco in tutto il mondo». Sono parole che bruciano. Eppure le si appiccica a un cartellone il cui ethos dichiarato è l’esatto contrario dell’incendio: «si torna a casa più ricchi», l’arte come welfare, come rassicurazione, come luogo in cui «ci si ritrova». Il fuoco di Prometeo trasgredisce; quello del comunicato «illumina e protegge». Ma un fuoco che protegge è il fuoco del focolare, non quello rubato al cielo. Si è presa la fiamma più pericolosa del mito e la si è ridotta a fiamma pilota: accesa, ordinata, sotto controllo, perché nessuno si scotti.

Sia chiaro: il punto non è la programmazione popolare in sé. Riempire i Rinnovati e i Rozzi, sostenere l’economia dello spettacolo, portare un pubblico ampio a teatro sono obiettivi legittimi e perfino sani. Lo snobismo verso il teatro che piace è una trappola non meno provinciale della retorica che si vorrebbe smascherare. Il problema non è che si faccia richiamo; è che si chiami quel richiamo con un nome che non gli appartiene. Una stagione di volti noti e di sale piene è una buona stagione di richiamo. Non è, per ciò stesso, una crescita culturale — e la riluttanza a distinguere le due cose è già, in sé, un sintomo. Il sintomo di una comunità che la propria identità preferisce metterla in scena anziché produrla.

Perché di scena, alla lettera, si tratta. La liturgia della presentazione si è celebrata a Roma, a Palazzo Valentini, davanti al vicesindaco metropolitano della capitale, e da lì restituita alla città sotto forma di compiacimento e di complimenti. Il nome di Siena recitato altrove, e poi riportato a casa come un trofeo. È un meccanismo che dovremmo riconoscere bene, da queste parti: l’identità senese trattata come un marchio da esibire fuori, mentre dell’identità — quella vera, faticosa, che si fa nei luoghi e con le persone — si svuota progressivamente la sostanza. Il teatro che importa i volti diventa una tappa, un punto sulla mappa di una tournée, non un luogo di produzione. E allora la domanda sulla crescita si capovolge in una domanda sulla geografia: crescita di chi, e dove?

Resta il nodo, quello da cui siamo partiti. Quale cultura cresce, davvero, in una stagione così? Una cultura del riconoscere, non del conoscere. Si riconosce il viso visto in televisione, l’attore amato, il titolo familiare; non si viene a sapere nulla che non si sapesse già. Si esce rassicurati, confermati, non spostati di un millimetro. Ed è precisamente il rovescio del Prometeo che pure si cita: quel fuoco è la conoscenza che sfida, che costa, che non riconcilia l’uomo con sé ma lo mette in imbarazzo davanti agli dèi. Le parole di Caterina chiedevano di diventare ciò che si deve essere, non di tornare a casa contenti di ciò che già si è. Sostituire la conoscenza che sfida con il riconoscimento che consola, e poi chiamarlo crescita, non è un peccato veniale di comunicazione. È la cosa stessa.

Si può, certo, fare una stagione che riempie le sale e tiene viva una città. È un mestiere onesto e nemmeno facile. Ma allora la si chiami con il suo nome, e si abbia il coraggio di tenere acceso, da qualche parte, anche un fuoco che non protegge. Altrimenti continueremo a confondere il calore della fiamma pilota con la luce, e a credere che basti non scottarsi per essere cresciuti.

Il teatro, il fuoco, l’acqua e la fiamma pilota

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