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Una telefonata, a volte, può salvare una banca

Pierluigi Piccini.

Ora che il Banco si è sfilato e la strada di Intesa è spalancata, la tentazione è di leggere tutto con gli occhi di Lovaglio: il risanatore che chiede al New York Times come si possa smantellare la banca più antica del mondo nel pieno di una cura. È una domanda comoda, perché sposta lo sguardo altrove — su Milano, su Parigi, sui francesi del Crédit Agricole che hanno fatto saltare le nozze, sull’aritmetica delle adesioni tra novembre e dicembre. Ma la domanda che conta, per chi guarda da qui, è un’altra, e non riguarda gli avversari. Riguarda chi, a Siena, teneva le carte in mano e le ha lasciate sul tavolo.

Per una volta l’allineamento era perfetto. Il sindaco di Siena appartiene alla stessa coalizione che governa a Roma — Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, lo stesso schieramento che siede a Palazzo Chigi e che al Mef mette Giorgetti. Non capitava da una generazione che la città avesse una linea diretta con il governo nazionale, senza l’alibi buono per ogni stagione, «siamo l’opposizione, Roma non ci ascolta». Questa volta l’alibi non c’era. E il frutto di tanta consonanza qual è stato? Una lettera, firmata dal sindaco insieme alla presidente della Provincia e al presidente della Regione, rimasta senza risposta dal ministero dell’Economia. Stesso colore, nessun peso.

Non che il rapporto con Roma non esista. Esiste, eccome — e viene il sospetto che quella linea si accenda con prontezza solo quando c’è da far atterrare un progetto come Ampugnano, o da comporre qualche equilibrio interno alla città. Resta comunque una linea a senso unico: squilla quando è Roma a chiamare, tace quando è Siena ad avere bisogno. Non è rappresentanza, è subordinazione. E allora l’entusiasmo con cui il deputato di casa ha applaudito la proposta di un «tavolo istituzionale territoriale a tutela di lavoro e identità» non è la rivendicazione di una vittoria: è una confessione. Un tavolo lo si convoca quando manca il potere di decidere, e lo si esibisce al posto della decisione. Un mobile al posto di un atto — mentre gli atti veri venivano rogati altrove.

Chiamiamo le cose con il loro nome. Il governo che i senesi al potere rappresentano si è dichiarato «neutrale» sulla propria banca più antica; in Fratelli d’Italia la parola d’ordine è «fuori dalle banche»; il golden power resta un’ipotesi «in astratto», di quelle che non si scrivono mai. Meloni ha parlato del Monte come di «un gioiello a cui molti ambiscono»: la formula perfetta per una città che si lascia corteggiare invece di decidere. E i rappresentanti locali di quella stessa maggioranza hanno accolto l’inerzia del proprio governo come si accoglie il tempo che fa. Chi ambisce agisce. Chi è ambìto aspetta.

Qui arriva il punto che fa più male, perché non è un torto subìto ma un’occasione mancata. In questa partita c’era un interlocutore industriale capace di cambiare la geometria: Unipol. Il polo di Cimbri, con le sue radici mutualistiche non così lontane da questa terra, è finito accanto a Messina e a Bper, dalla parte di chi l’offerta l’ha lanciata. Non per fatalità: perché nessuno di chi poteva farlo, qui, ha alzato il telefono e ha chiamato Bologna. Si dirà che nessuna telefonata avrebbe fermato trenta miliardi tra carta e contanti, e può darsi: l’iniziativa non è mai garanzia di vittoria. Ma la sua assenza è garanzia di irrilevanza — e il silenzio, in queste vicende, non è mai neutro: è una decisione presa non decidendo.

Assorbire non è allearsi. Il Monte, inghiottendo Mediobanca, ha creduto di crescere: si è solo chiuso più stretto attorno a sé. L’alleanza lascia in piedi l’altro e accetta di dipenderne; l’assorbimento lo cancella. Ma chi sa solo ingerire, il giorno in cui non resta nessuno da ingerire, si scopre senza amici — con le prede di ieri e i predatori di oggi. Quando Intesa si è mossa, il Monte non aveva una rete da convocare: aveva soltanto la propria mole. E la mole senza legami è la più sola delle forze.

È mancata, per dirla con la parola diventata impronunciabile, la politica. Quella tanto vituperata negli anni del disprezzo per i partiti e per i loro riti: le mediazioni, le trattative, i tavoli veri e non esibiti, l’arte paziente di legare interessi lontani molto prima che ci sia qualcosa da perdere. Le alleanze non si improvvisano la sera del consiglio; sono fiducia depositata negli anni, e Siena quel capitale lo ha dilapidato come l’altro, credendolo eterno. Adesso ne paga il conto — decenni in cui non ha investito in nessuno, e nessuno che oggi investa in lei. L’abbiamo derisa, quella competenza, quando ne avevamo in abbondanza; ci accorgiamo che era rara adesso che non ne resta traccia.

Un ultimo dettaglio chiude il cerchio con la crudeltà di una didascalia. Il 15 agosto Lovaglio ritirerà il Mangia d’oro, in Piazza del Campo, mentre la banca scivola verso Intesa. Ed è lo stesso Lovaglio che, per difendersi, va a rivendicare al New York Times il pluralismo bancario e a paventare l’«eccessiva concentrazione»: lui che pochi mesi fa ha inghiottito Mediobanca, con Nagel uscito di scena, e quel risiko lo ha alimentato da cacciatore, non da preda. Il pluralismo diventa virtù solo quando la mira si sposta su di noi; la concentrazione è un pericolo soltanto quando i concentrati rischiamo di essere noi. La città premia l’uomo che ha presieduto al passaggio, e lo premia proprio mentre predica la molteplicità che ha contribuito a ridurre: scambia la liturgia del potere per il potere. È l’equivoco di fondo — confondere la cerimonia, il tavolo, la lettera, il premio, con la sostanza.

La strada di Intesa è spalancata non perché Messina sia invincibile, ma perché qui nessuno ha composto un numero — quello di Bologna per primo. Se non fosse tragico, sarebbe una commedia di costume: una classe dirigente che condivide la maggioranza di Roma e non riesce a farsi rispondere, che aveva un interlocutore come Unipol a portata di mano e non lo ha cercato, che si vede offrire un tavolo e lo chiama vittoria. Siena non ha perso una banca. Ha perso, ancora una volta, la sovranità sull’unica cosa che nessuno può toglierti se non gliela consegni: la capacità di iniziare. E una città che aspetta di essere chiamata ha già risposto.

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