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Il piano shock di Trump: “Se Israele esagera a Beirut toccherà alla Siria cacciare Hezbollah”

Ariel Piccini Warschauer.

Un cambio di paradigma totale, di quelli che rischiano di far saltare le già fragili geometrie del Medio Oriente. A margine del vertice del G7 a Evian-les-Bains, in Francia, Donald Trump ha sganciato una vera e propria bomba diplomatica durante il suo bilaterale con l’emiro del Qatar, lo sceicco Tamim bin Hamad Al Thani. Le parole del Presidente americano sono destinate a far discutere: «Se Israele non riesce a fare il lavoro senza uccidere tutti gli altri, dovrebbe essere la Siria a farlo».

Il riferimento è all’infuocato fronte del Libano meridionale e alla guerra contro Hezbollah alleato dell’Iran. Nel mirino della Casa Bianca, non troppo velatamente, c’è la conduzione delle operazioni militari da parte del governo di Benjamin Netanyahu. Secondo quanto filtrato dal vertice, Trump considererebbe ormai il conflitto in Libano come uno scenario “minore”, ma diventato troppo sanguinoso, un’arena in cui – a suo dire – Washington potrebbe addirittura stringere una partnership inedita con Damasco per neutralizzare le milizie sciite filoiraniane, qualora lo Stato ebraico non decidesse di darsi un freno.

L’idea che la Siria possa diventare il “braccio armato” per stabilizzare il Libano in tandem con gli Stati Uniti rappresenta una giravolta geopolitica clamorosa. Storicamente, il regime di Damasco è stato il grande protettore e alleato tattico di Hezbollah, muovendosi nello scacchiere sotto l’influenza diretta di Teheran e Mosca. Immaginare un asse USA-Siria in chiave anti-Hezbollah significa ridisegnare completamente la mappa delle alleanze.

L’uscita del tycoon riflette la sua nota insofferenza per i conflitti prolungati e la dottrina del vincere rapidamente in termini politici: se l’alleato storico (Gerusalemme) non garantisce una soluzione rapida e chirurgica (“senza uccidere tutti”), si cercano alternative pragmatiche sul campo, anche se fino a ieri erano considerate un vero e proprio tabù.

Resta da capire come reagirà Netanyahu a quello che suona come un chiaro avvertimento da parte dell’alleato americano, e se Mosca e Teheran permetteranno mai alla Siria di cambiare casacca per fare il lavoro sporco a favore di Washington. Per ora, le parole di Trump somigliano a un forte scossone per costringere Israele a ridefinire i confini e l’intensità della sua offensiva a nord.

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