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Lo schiaffo al protocollo, Carlo e Camilla alla corte di The Donald

Ariel Piccini Warschauer.

C’era un tempo, che pare ormai appartenere alla preistoria delle relazioni transatlantiche, in cui sfiorare la schiena della Regina Elisabetta II era considerato un atto di lesa maestà, un’imprudenza da coloni poco avvezzi alle buone maniere di St. James. Lo sa bene Michelle Obama, che nel 2009 scatenò l’ira dei tabloid per un abbraccio troppo affettuoso. Ma oggi, sotto il cielo di Washington, la Storia ha voltato pagina, preferendo al rigido inchino il calore – studiato, s’intende – di una bise parigina.

L’arrivo di Carlo III e Camilla sul prato sud della Casa Bianca è stato un capolavoro di diplomazia dell’effimero. In un momento in cui la geopolitica scotta e la sicurezza è ai massimi livelli dopo il recente sventato attentato al tycoon, i due regnanti e la coppia presidenziale hanno scelto di recitare il copione della familiarità.

Niente veli o cappellini d’ordinanza: la Regina Camilla è apparsa radiosa in un abito bianco di Anna Valentine, ma con un dettaglio che non è sfuggito agli occhi degli osservatori più attenti. Appuntata al petto, brillava la storica spilla con le doppie bandiere, dono che Elisabetta ricevette nel 1957. Un gioiello che parla più di mille comunicati del Foreign Office: siamo alleati, siamo amici, siamo indissolubili.

Carlo, dal canto suo, conferma la mutazione genetica della monarchia: meno mistica e più empatica. Lo abbiamo visto sorridere, concedere pacche sulle spalle, muoversi con quella naturalezza di chi sa che il proprio ruolo non è più quello di un’icona distante, ma di un raffinato ambasciatore globale. Il bacio sulla guancia a Melania Trump è il simbolo di questo nuovo corso: la “bise” che sostituisce la “reverence”.

Mentre fuori il mondo brucia e i rapporti tra Donald Trump e il governo di Keir Starmer languono in un gelo sospettoso, dentro la Green Room si è consumato il rito sacro del tè. Sandwich senza crosta e mignardises hanno fatto da contorno a un colloquio privato, lontano da occhi indiscreti. È il cosiddetto “Soft Power in action”: ammorbidire le spigolosità del carattere di Donald attraverso il fascino millenario della Corona.

Il Presidente, è noto, nutre una fascinazione quasi infantile per la regalità, eredità della madre scozzese. E ha giocato bene le sue carte, portando Carlo a visitare il nuovo apiario presidenziale. Un colpo da maestro: toccate al Re le sue api e il suo amato ambiente, e avrete aperto una breccia nel suo cuore.

Dopo una parentesi più mondana nel giardino dell’Ambasciatore britannico – dove anche il campione Tom Daley ha potuto scambiare due chiacchiere con i Sovrani – la giornata si chiude con la consapevolezza che il “rodaggio” è finito.

Domani la musica cambierà. Dai sorrisi informali si passerà ai cannoneggiamenti a salve del saluto militare e alla solennità del discorso di fronte al Congresso. Carlo dovrà dimostrare di essere non solo il re della cortesia, ma il perno di un’alleanza che, nonostante le intemperanze di chi abita al 1600 di Pennsylvania Avenue, deve restare salda.

Nel frattempo, ci godiamo questa immagine insolita: una monarchia che si toglie i guanti per stringere le mani, ricordandoci che, a volte, un abbraccio conta più di un trattato firmato.

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