L’America che perde se stessa
Il fenomeno Trump, commenta Sabino Cassese sul Corriere della Sera, si spiega con l’intreccio di tre fattori principali. Il primo è esterno: gli Stati Uniti sono una superpotenza militare senza rivali e questa proiezione di forza accresce il peso del presidente. Il secondo è interno e riguarda la progressiva espansione del potere esecutivo americano, denunciata da tempo da studiosi come Schlesinger e Ackerman e rafforzata dalle deleghe del Congresso, che hanno ampliato i margini d’azione presidenziale. Il terzo è più profondo e riguarda una rottura storica: Trump mette in discussione la tradizione della “Rule of Law”, sostituendo prevedibilità e limiti del potere con personalizzazione, arbitrarietà e improvvisazione. In questo senso, il suo stile politico riproduce tratti già visibili nella sua esperienza imprenditoriale e richiama forme di cesarismo, accostate da Cassese a precedenti storici come Luigi Bonaparte. Questi elementi stanno modificando l’assetto costituzionale americano e incrinando l’immagine degli Stati Uniti come modello democratico, inducendo a rileggere nella stessa storia americana precedenti episodi di concentrazione del potere, da Andrew Jackson a Nixon. La vicenda dimostra che anche le democrazie più solide possono contenere germi di cesarismo, specie quando si combinano grande potere esterno, concentrazione interna e indebolimento dello Stato di diritto. In un mondo interconnesso, tali dinamiche producono effetti che travalicano i confini nazionali, investendo anche l’Europa. Da qui alcune lezioni: i “checks and balances” possono essere aggirati; ai processi di democratizzazione possono seguire processi di de-democratizzazione; elementi autoritari possono annidarsi nelle stesse basi democratiche; la democrazia non procede in linea retta, ma conosce anche arretramenti pericolosi. Trump diventa così non solo un’anomalia personale, ma il sintomo di tensioni profonde che possono investire ogni democrazia.





