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L’America al bivio tra radicalismo woke e lo spettro della violenza politica

Ariel Piccini Warschauer.

Non è ormai più solo una questione di retorica incendiaria, di scontro politico-identitario o di piazza. Quello che sta attraversando gli Stati Uniti è un mutamento genetico della violenza politica. Se per decenni l’allerta dell’intelligence si è concentrata quasi esclusivamente sul suprematismo bianco e sull’estrema destra, oggi i radar del CSIS (Center for Strategic and International Studies) segnalano un’inversione di tendenza che preoccupa Washington: l’ascesa di un radicalismo di sinistra, armato e organizzato, che ha trovato nel secondo mandato di Donald Trump il suo principale catalizzatore, il nemico da abbattere ad ogni costo.

Il tabù delle armi sembra essere caduto anche tra le fila dei movimenti progressisti e afroamericani. Gruppi come il John Brown Gun Club o i Redneck Revolt non si nascondono più: rivendicano il diritto all’autodifesa armata contro quello che definiscono un “regime autoritario”. I dati della National Shooting Sports Foundation confermano il trend: l’acquisto di pistole e fucili tra chi si identifica nell’area liberal e radicale di sinistra è ai massimi storici.

Non si tratta di episodi isolati, ma di un clima culturale – alimentato da quella che i critici definiscono “ideologia woke” – che ha trasformato la protesta civile in una forma di resistenza e di attacco militante. Il 2025 è già passato agli annali come l’anno nero, con un numero di incidenti terroristici di matrice anarchica e antifa che ha superato, per la prima volta dal 1995, quelli attribuiti alla destra estrema.

Il caso Allen e il simbolo del “Smoking”

L’ultimo episodio, il tentato attacco al Washington Hilton durante la cena dei corrispondenti, ha visto come protagonista Cole Tomas Allen, un ingegnere trentunenne californiano. La sua figura è emblematica: non un emarginato, ma un professionista inserito nel tessuto sociale di quella California che da decenni è l’incubatrice dei cosiddetti “valori di San Francisco”.

Donald Trump, sopravvissuto a quello che descrive come il terzo attentato in meno di due anni, ha commentato l’accaduto con il suo consueto stile provocatorio, presentandosi in smoking e ribaltando la narrazione: «Vogliono colpire chi conta davvero».

Una democrazia sotto pressione

Le radici di questo scontro sono profonde. Da un lato, le dure politiche migratorie dell’amministrazione Trump e la presenza degli agenti federali dell’Ice nelle strade hanno esasperato gli animi nelle enclave democratiche. Dall’altro, la gestione dei fatti del 6 gennaio e le successive grazie presidenziali ai rivoltosi di Capitol Hill hanno dato forza alla tesi di una Casa Bianca che usa “due pesi e due misure”.

Il risultato è una “pentola a pressione” sociale dove l’intolleranza politica è diventata la norma. La violenza non è più l’eccezione, ma uno strumento di lotta che entrambe le sponde del baratro sembrano ormai disposte ad accettare. In questo scenario, la domanda che circola nelle strade americane non è più “se” ci sarà un nuovo attentato, ma “quando”.

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