Patrimoniale, il problema della doppia tassazione e la facilità di elusione
Andrea Boitani su InPiù prosegue l’analisi sulla patrimoniale. Di seguito sono riassunte le principali ragioni addotte contro le imposte sul patrimonio. Alcune sono di natura teorica o, se si vuole, di principio, altre di efficacia e di convenienza politica.
1) La fondamentale ragione di principio spesso addotta contro l’imposizione patrimoniale (in generale) è che essa rappresenta un caso da manuale di “doppia tassazione”. La ricchezza in un dato momento, si argomenta, non è che il valore capitalizzato dei redditi risparmiati negli anni precedenti. Poiché quei redditi sono stati già tassati quando sono stati percepiti, introdurre la tassazione della ricchezza significherebbe tassarli una seconda volta.
2) La ricchezza accumulata è frutto del merito individuale ed è quindi ingiusto sottoporla a tassazione, perché significherebbe mortificare i più meritevoli, demotivandoli dall’ingegnarsi, intraprendere, innovare, investire. Più prosaicamente, tassare la ricchezza riduce il rendimento del capitale e, con esso, l’incentivo ad accumularla. In ultima analisi, significa deprimere la crescita dell’economia.
3) L’imposta sul patrimonio personale (e se progressiva non può che essere di questo tipo) è facilmente elusa ed evasa mediante il frazionamento del patrimonio tra diverse holding familiari o con prestanome di comodo. Al contrario le imposte patrimoniali “reali” colpiscono il valore di un asset indipendentemente da chi lo possiede, come nel caso dell’Imu sugli immobili. È quasi impossibile eluderle, ma sono necessariamente proporzionali.
4) L’imposta sulla ricchezza personale, specie quella sui grandi patrimoni, spinge i super-facoltosi a spostare la propria residenza e i propri patrimoni (ovviamente quelli finanziari) in paesi dove quel tipo di imposta non c’è o dove il governo promette una tassazione ridotta ai ricchi che vi si trasferiscano. Con l’effetto di depauperare quel paese di capitali che contribuiscono al suo benessere e alla sua crescita economica.
5) Il gettito dell’imposta sui super-ricchi è incerto, probabilmente piuttosto limitato. La cosiddetta “tassa Zucman” (proporzionale e pari al 2% sul patrimonio personale dei centomilionari) promette un gettito per lo stato francese di 20 miliardi di euro l’anno. Ma secondo il premio Nobel Philippe Aghion non frutterebbe più di 5 miliardi, soprattutto per la fuga di capitali (e capitalisti) che si innescherebbe. In Italia, il gettito potenziale sarebbe di 15 miliardi e, se avesse ragione Aghion, facendo le debite proporzioni, di appena 3,75 miliardi.
6) L’imposta patrimoniale, anche se dovesse colpire solo i super-ricchi, è estremamente impopolare. I titolari di piccoli patrimoni temono che più presto che tardi il governo comincerebbe a tassare anche i loro piccoli gruzzoli, perlopiù costituiti da prime e seconde case e da una modesta gestione patrimoniale. Chi dovesse proporre qualsiasi imposta patrimoniale acquisterebbe perciò un “biglietto di prima classe per la sconfitta elettorale”. (2-segue)





