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Il bunker segreto di Khamenei, stanze anti-bomba e tunnel di fuga nel cuore di Teheran

Ariel Piccini Warschauer.

C’è una Teheran visibile, fatta di piazze congestionate e palazzi del potere, e ce n’è una invisibile, speculare e blindatissima, che si estende per decine di metri sotto il livello del suolo. È qui, nel sottosuolo della capitale iraniana, che l’ex Guida Suprema Ali Khamenei aveva fatto costruire il suo ultimo, estremo ridotto difensivo. Un bunker labirintico, dotato di stanze resistenti alle esplosioni atomiche o missilistiche e di una fitta rete di tunnel di fuga pronti a garantire l’evacuazione dei vertici del regime in caso di collasso.

A rivelare i dettagli e le planimetrie di questa vera e propria fortezza sotterranea – nota in codice come complesso “Habib Ebrahimi” – è un’inchiesta di Iran International, che ha ottenuto i piani architettonici riservati del sito, la cui autenticità è stata confermata da fonti d’intelligence occidentali e israeliane.

Secondo i documenti protetti dal segreto militare, i lavori di costruzione del complesso sono iniziati nel 2009, per ordine diretto di Khamenei e sotto la supervisione del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (i Pasdaran). A finanziare e realizzare l’opera è stato il braccio ingegneristico del regime, il quartier generale Khatam al-Anbiya.

Per anni il sito è rimasto invisibile ai satelliti, camuffato in superficie dalle strutture di un innocuo centro sportivo nel cuore di Teheran, a pochi passi dalla residenza ufficiale della Guida Suprema. Sotto la palestra, però, gli scavi hanno dato vita a una struttura monumentale: un ingresso carrabile monumentale permette alle auto blu del regime di scendere direttamente fino a 30 metri di profondità, conducendo a un parcheggio sotterraneo su tre livelli e a un intero palazzo di uffici di cinque piani destinato agli alti funzionari della leadership teocratica.

Ma il cuore del complesso sono i due rifugi situati rispettivamente a 30 e 35 metri di profondità. È qui che i progettisti dei Pasdaran avevano installato una cellula di massima sicurezza: una stanza completamente schermata e resistente alle sollecitazioni dei più moderni ordigni anti-bunker, pensata per preservare la vita di Khamenei in caso di attacco diretto.

Nello scenario di un assedio o di una rivolta interna, il complesso Habib Ebrahimi era stato progettato per offrire una via d’uscita rapida e discreta. I piani descrivono un tunnel principale di 27 metri diramato in diversi corridoi di fuga. Uno di questi canali sotterranei sbuca direttamente in un garage coperto nei pressi di Piazza Enghelab (Piazza della Rivoluzione), uno dei nodi nevralgici e più sorvegliati del centro di Teheran, permettendo l’esfiltrazione dei leader senza passare dalle strade di superficie.

Il fattore intelligence e i raid di marzo

La fine del bunker è legata a doppio filo al lavoro tecnologico e umano delle agenzie d’intelligence israeliane. Sono state le unità clandestine 8200 (sigint e cyberwarfare) e 9900 (geointelligence visiva) delle forze di difesa israeliane a mappare millimetro per millimetro la cittadella sotterranea, individuandone i punti deboli e i condotti di aerazione.

Queste informazioni si sono rivelate decisive all’inizio di marzo, durante la vasta campagna aerea condotta da Israele contro l’Iran. In quell’occasione, l’IDF ha impiegato oltre 50 caccia e più di 100 munizioni di precisione a penetrazione per colpire il covo sotterraneo, devastando la struttura che si estendeva per diversi isolati sotto il centro di Teheran.

Khamenei, tuttavia, non si trovava lì al momento dell’impatto. La Guida Suprema, rimasta uccisa nelle prime fasi dell’Operazione “Roaring Lion”, ha trovato la morte all’interno di un comune quartier generale di comando in superficie. Il super-bunker Habib Ebrahimi, costato miliardi di rial e oltre un decennio di lavori segreti, si è rivelato un rifugio inutilizzato: l’ultimo, monumentale monumento alla paranoia di un regime che cercava la salvezza nelle viscere della terra.

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