Bloccato lo studente modello infiltrato da Hamas tra gli universitari di Roma
Ariel Piccini Warschauer.
L’inganno era quasi perfetto. Aveva i documenti in regola, tre pubblicazioni accademiche a curriculum e un biglietto di sola andata per l’Italia, destinazione Università di Tor Vergata a Roma. Sembrava il profilo perfetto di un giovane promettente in fuga dagli orrori della guerra. Invece, dietro la maschera dello studente modello, si nascondeva un presunto macellaio del 7 ottobre.
Mahmoud Al Najjar, operativo della brigata nord di Hamas, è stato bloccato e arrestato dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF) proprio mentre si trovava al valico di Kerem Shalom. Era l’ultimo controllo prima della libertà, l’ultimo passo prima di confondersi tra i 17 giovani palestinesi ammessi ai percorsi di studio universitari nel nostro Paese grazie ai corridoi umanitari e culturali promossi da Roma.
A far saltare la copertura di Al Najjar non è stato un banale errore burocratico, ma l’implacabile tecnologia di riconoscimento facciale in dotazione all’esercito israeliano. Per quasi tre anni, il miliziano è riuscito a sfuggire alla caccia all’uomo dell’IDF tra le macerie di Jabaliya. A tradirlo, ironia della sorte, potrebbe essere stata la stessa arroganza e sfacciataggine che ha mosso Hamas il giorno del massacro.
I server dell’unità speciale israeliana che dà la caccia ai terroristi sono alimentati da migliaia di ore di girato: i video di propaganda, i filmati delle GoPro dei terroristi e le dirette social con cui i settemila assalitori documentarono orgogliosamente lo stupro, il rapimento e l’uccisione di civili inermi nei kibbutz del sud di Israele. Quando Al Najjar si è presentato al valico, gli occhi delle telecamere israeliane hanno incrociato i dati biometrici. Il database ha dato l’allarme: lo “studente” era nella lista nera dei ricercati per i crimini del 7 ottobre.
La notizia è trapelata su X tramite la nuova portavoce dell’IDF, Ariella Mazor, in risposta alle immediate rimostranze del sito di notizie gazawi Drop Site. Per i media della Striscia, ovviamente, Al Najjar è solo una vittima, “un accademico e l’unico sopravvissuto della sua famiglia”. Una narrazione tossica che si scontra con la dura realtà dei fatti e delle accuse formali mosse da Tel Aviv.
Se Mahmoud Al Najjar è andato così vicino a salire su un volo per l’Italia, significa che la macchina diplomatica e i filtri di sicurezza occidentali e italiani hanno mostrato una falla spaventosa. La domanda sorge spontanea: chi compila e chi verifica queste liste in Italia? Dallo scorso autunno sono già 229 gli universitari arrivati nel nostro Paese da Gaza nell’ambito delle iniziative di sostegno promosse dal nostro governo. Giovani che, nella stragrande maggioranza dei casi, cercano legittimamente un futuro lontano dal terrorismo islamico. Ma il caso di Al Najjar dimostra che Hamas utilizza cinicamente ogni canale umanitario come un “Cavallo di Troia” per mettere in salvo i propri operativi o, peggio, per esportarli in Europa. Se il miliziano fosse riuscito a superare Kerem Shalom, oggi l’Italia si troverebbe in casa, all’interno di un ateneo romano, un uomo accusato di aver partecipato al più grande pogrom anti-ebraico dai tempi della Shoah. Mentre il resto del gruppo è regolarmente sbarcato a Roma, Mahmoud Al Najjar si trova ora in una località sconosciuta, sotto interrogatorio da parte dell’intelligence militare israeliana. Questo episodio deve fungere da severissimo monito per il Viminale e per i nostri servizi di sicurezza: la solidarietà non può e non deve mai andare a discapito della sicurezza nazionale. Controllare chi entra, oggi più che mai, è una questione di sopravvivenza.





