#ESTERI #ULTIME NOTIZIE

Netanyahu taglia i fondi Usa, il piano per rendere Israele indipendente

Ariel Piccini Warschauer.

Voltare pagina per non restare incatenati al ruolo di eterni beneficiari e quindi di eterni secondi. È questa la mossa, apparentemente controintuitiva ma strategicamente ineccepibile, che unisce lo storico pragmatismo del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’anima più identitaria e “fiscale” del Partito Repubblicano americano. Sul tavolo del Congresso di Washington è approdata una risoluzione che potrebbe cambiare per sempre la geopolitica del Medio Oriente: un piano per eliminare gradualmente i 3,8 miliardi di dollari di aiuti militari che gli Stati Uniti versano ogni anno nelle casse di Gerusalemme.

Non si tratta di un disimpegno, né di un raffreddamento dei rapporti. Al contrario, l’obiettivo è trasformare un legame di dipendenza in un’alleanza strategica tra pari. A farsi promotore della svolta è il deputato repubblicano dell’Indiana, Marlin Stutzman, che ha svelato i dettagli di un colloquio riservato avuto di recente con il leader del Likud. Netanyahu non solo non ha alzato le barricate di fronte all’ipotesi di veder sfumare i fondi americani, ma ha messo nero su bianco il proprio plauso in una lettera consegnata al parlamentare americano: «È giunto il momento per noi di passare da beneficiari di aiuti a partner strategici e commerciali».

La dottrina di “Bibi”, del resto, si sposa perfettamente con la svolta “anti-assistenzialista” che sta contagiando la destra americana, stanca di finanziare a fondo perduto governi di Paesi alleati spesso inaffidabili se non ostili o inefficienti. Ma Israele non è l’Ucraina, e non è il Pakistan. Lo Stato ebraico è oggi una realtà demografica da 10 milioni di persone con un’economia d’avanguardia che viaggia spedita verso un PIL da mille miliardi di dollari americani. «Israele è ormai una superpotenza nel Medio Oriente – ha spiegato Stutzman –. Il premier mi ha espresso chiaramente il desiderio che il suo Paese cammini con le proprie gambe, affinché il rapporto con gli Stati Uniti sia basato su un interesse reciproco tra due nazioni sovrane e indipendenti». L’attuale memorandum d’intesa (MoU) firmato nel 2016 scadrà nel 2028. L’idea dei Repubblicani (il testo vede come co-firmatario anche il deputato Abe Hamadeh) è di non rinnovare l’assegno in bianco della difesa aerea e dei sussidi militari, bensì di negoziare un trattato di libero scambio, difesa comune e investimenti congiunti nell’alta tecnologia e nell’intelligenza artificiale applicata alla cybersicurezza e alla sicurezza militare. Un travaso di competenze bilaterale e non più unidirezionale.

Il capolavoro politico della proposta di Stutzman sta nel fatto di riuscire a mettere d’accordo le due anime del mondo conservatore americano. Da un lato i “falchi del bilancio” (budget hawks), ossessionati dal debito pubblico USA e da sempre contrari all’invio di miliardi all’estero; dall’altro i tradizionali sostenitori dello Stato ebraico. La proposta ha già incassato il via libera dell’influentissima AIPAC (l’American Israel Public Affairs Committee) e di storiche fondazioni della destra cristiana come il Family Research Council di Tony Perkins.

Nelle parole di Stutzman emerge anche una stoccata non troppo velata alle fallimentari politiche di aiuti esteri dell’Occidente: «Guardate quanto denaro spendiamo in Africa o quanti fondi abbiamo inviato in Pakistan e Afghanistan, paesi che non ci vogliono nemmeno bene». Israele, al contrario, offre stabilità e brevetti militari che salvano vite americane. Per questo la fine dei sussidi non spaventa Gerusalemme: la vera forza non si misura con la generosità dei donatori, ma con la capacità di non averne più bisogno.

Iscriviti
Notificami
guest
0 Commenti
Feedback in linea
Visualizza tutti i commenti