#CULTURA

Un corpo esangue e senza spirito, l’Italia alla fine del XVI secolo

Luciano Luciani.

I principi italiani si adattarono in maniera rinunciataria ai nuovi padroni e i ceti intellettuali non si comportarono diversamente. Rassegnati e impotenti a difendersi dallo strapotere dell’Inquisizione, assistettero inerti al celere declino della loro condizione di antico prestigio. Rari gli esempi in controtendenza: Renata di Francia, moglie del duca Ercole II d’Este, a Ferrara pagò con un tristissimo tributo, fatto di silenzio e di solitudine, l’entusiasmo e la fedeltà ai principi del cristianesimo riformato e neppure la condizione elevata le risparmiò umiliazioni e sofferenze. Anche il consorte le era diventato ostile e, come scrive un contemporaneo suo compatriota “essa non vede persona con la quale possa sfogarsi: le Alpi sono tra lei e i suoi amici; essa mescola il suo vino con le sue lacrima”; Ludovico Castelvetro (1505 – 1571), letterato modenese in relazione con i principali esponenti dell’evangelismo italiano, invitato a presentarsi davanti al Sant’Uffizio, preferì l’esilio prima a Ginevra, poi a Lione, per morire in Val Chiavenna nel territorio dei Grigioni. Peggio andò agli intellettuali erasmiani Pietro Carnesecchi (1508 – 1567) e Aonio Paleario (1503 – 1570) che, condannati dall’Inquisizione, salirono sul patibolo a Roma, mentre a decine gli intellettuali sospettati di simpatie per la Riforma presero la strada dell’esilio e andarono ad alimentare l’ampia diaspora degli eretici italiani diffusa in tutti i Paesi europei. 

Alla fine del secolo XVI, la cultura italiana, ammirata da secoli come una paradigma inimitabile, si ritrovò superata dal movimento di idee europeo intorno ai temi religiosi, scientifici, di applicazione delle scienze, letterari e artistici: “un corpo esangue e senza spirito”, così un osservatore straniero giudicò l’Italia.

Si definiva una nuova temperie culturale, religiosa e politica e in essa gli ideali rinascimentali apparivano inadeguati, superati e non più in grado di incidere sulla società e sulla storia. Agli intellettuali non rimasero molte possibilità: o accettare un rapporto di sudditanza con la Chiesa e i suoi apparati ideologico-organizzativi di persuasione, di predicazione, di ammaestramento, oppure rifugiarsi nell’istituto dell’Accademia, un sodalizio di artisti, letterati e scienziati, fondato con lo scopo di difendere e valorizzare la cultura di origine umanistico-rinascimentale. È questo il modo in cui gli intellettuali del Bel Paese, in mancanza di uno Stato nazionale che assumesse su di sé compiti e responsabilità, come avveniva in Inghilterra, Francia, Olanda, tentarono di spezzare l’isolamento e la frustrazione in cui li aveva precipitati questa fase della storia. Il rilancio di Accademie preesistenti e la costituzione di nuove – l’Accademia della Fama a Venezia (1557); la patavina Accademia degli Eterei (1564) che ebbe tra i suoi soci anche il Tasso; l’Accademia della Crusca a Firenze (1583) nata con lo scopo di studiare e definire l’esatta normativa grammaticale e lessicale; la romana Accademia dei Lincei, fondata nel 1603 da Federico Cesi con intenti di ricerca scientifica; l’Accademia del Cimento sorta a Firenze nel 1657 anch’essa con fini scientifici – rappresentarono la modalità prevalente con cui gli uomini di cultura italiani, nel corso di circa un secolo, operarono per mantenere in vita almeno barlumi di libertà di ricerca e dignità culturale. Contribuirono, inoltre, le Accademie, a mettere in sicurezza una parte importante del patrimonio di conoscenze dei secoli precedenti, tentando anche di avviare esperienze nuove come, per esempio, avverrà per quelle scientifiche.

Il moltiplicarsi delle Accademie testimoniava anche di un rimpicciolimento e, a volte, di un immeschinimento delle ampie, generali, grandiose prospettive culturali della prima metà del Cinquecento. Poco o nulla rimaneva del cosmopolitismo e dell’universalismo propri della produzione artistico-letteraria del Rinascimento veramente capace di parlare a tutti gli uomini. Ora si assisteva, invece, al di là delle intenzioni dei singoli o dei gruppi promotori di tali iniziative – e proprio mentre si allentavano i legami con la moderna cultura europea – a un progressivo frantumarsi della cultura italiana in senso provinciale e addirittura municipale. Questa, che appena pochi anni prima appariva in grado di rivolgersi alle migliori intelligenze dell’intero continente, ora sembrava conoscere quasi un processo di riduzione: a Napoli ci si chiudeva nel culto della locale tradizione giuridica, a Firenze la grande cultura della città si municipalizzava nelle attività degli accademici della Crusca, in tutta la penisola la ricerca ristagnava nella stanca ripetitività degli esercizi, prevalentemente letterari, di tante Accademie.

Un corpo esangue e senza spirito, l’Italia alla fine del XVI secolo

La lupa alle porte di Siena e

Un corpo esangue e senza spirito, l’Italia alla fine del XVI secolo

Un uomo ha sparato alla cena di

Iscriviti
Notificami
guest
0 Commenti
Feedback in linea
Visualizza tutti i commenti