Tito Strocchi, anima mazziniana e soldato garibaldino
Luciano Luciani.
La felice sintesi dell’epitaffio con cui Augusto Mancini (allora professore di greco all’Università di Pisa e direttore del giornale di ispirazione socialista “La Sementa”) volle indicare alla comunità lucchese, proprio nel cuore pulsante della città, Piazza San Michele, la doppia appartenenza ideale di Tito Strocchi “anima mazziniana, soldato garibaldino” probabilmente dice più di quanto appaia a una lettura frettolosa.
Per esempio, le contraddizioni e i tormenti di una generazione. Quella, appunto, di Strocchi, che cresciuta nel mito di un’epopea risorgimentale (il ’48 e il ’49; il 1859; l’impresa dei Mille) per ragioni anagrafiche non intercettò nessuno di questi appuntamenti con la grande storia patria. Si trovò, invece, a vivere la delusione di un’unità d’Italia sentita da molti come monca, incompiuta, imperfetta, ottenuta al ribasso, quando non addirittura tradita.
E questo mentre già incalzavano, mordevano problemi urgenti di un processo unitario segnato dalla scoperta di dolorose verità storiche e sociali: l’insorgenza del Sud e la scoperta di un problemameridionale; la questione Romana e il difficile rapporto col mondo cattolico; una questione sociale che, su tutto il territorio nazionale, reclamava i suoi diritti, mentre gli sfruttati procedevano verso forme autonome di organizzazione.
Se la bruciante sconfitta di Mentana amplifica il divario tra Garibaldi e Mazzini, accusato di non aver sostenuto a sufficienza quell’impresa, l’ultima del volontariato garibaldino in Italia, resta senza eco anche l’ultima congiura mazziniana, quella del 1870, che si ricorda solo per compiangere la vittima, Pietro Barsanti, lucchese di Gioviano.
Poi, appena pochi mesi più tardi, un grande avvenimento storico, di quelli destinati a fare da spartiacque tra un prima e un dopo, porterà i due anziani patrioti antagonisti, Mazzini e Garibaldi, alle due parti opposte della barricata.
La Comune di Parigi, “l’assalto al cielo” con cui la classe operaia parigina riesce a conquistare il potere e a mantenerlo dal 18 marzo al 26 maggio 1871, ha un’enorme ripercussione in tutto il mondo. Anche in Italia e soprattutto sul versante democratico dello schieramento politico. Mazzini, prigioniero del suo credo antimaterialistico, è ostile alla Comune, verso cui, invece, si orienta la parte più avanzata della corrente democratica, quella di origine e mentalità garibaldina, tra cui lo stesso Eroe dei due Mondi.
C’è uno sbandamento tra le fila di Mazzini, attaccato da Bakunin, che, impietosamente, lo definisce “l’ultimo gran prete di quell’idealismo religioso, metafisico, politico che se ne va”.
L’Apostolo dell’Unità d’Italia perde amici e sostenitori e si restringe la base del suo consenso. Pochi restano con lui e continuano a operare per una ricomposizione, una distensione con Garibaldi: tra questi Celso Ceretti, in Emilia, mazziniano, ma devotissimo a Garibaldi e poi socialista e Tito Strocchi in Toscana: mazziniano, ma volontario con Garibaldi in tutte le imprese in camicia rossa del dopo Aspromonte.
Tito Strocchi, che corrispondente di Mazzini sino alla sua morte non può o non vuole scrivere sulle pagine della “Roma del Popolo”, con cui il genovese aveva tentato di porre fine al disorientamento dei suoi, rassicurare gli indecisi, recuperare i delusi.
Una lacerazione drammatica percorre il movimento democratico e ne dilania le coscienze. Quella di Tito Strocchi di sicuro, che sentì sempre il rimorso di non aver ottemperato a una richiesta del suo Maestro. “Egli è morto” disse di Mazzini “desiderando da me una cosa che io non ho fatto! Ed avrei dato la mia vita per lui”.
Mazziniana è in Strocchi la fiducia, la fede addirittura che oggi ci può apparire ingenua, che la parola, segnatamente quella scritta, avrebbe contribuito in maniera decisiva alla causa nazionale e patriottica. Questo spiega la sua indefessa, imperterrita attività di scrittore su una lunga lista di testate, locali e nazionali, di sovente effimere e la pratica di molti generi letterari: il racconto, il romanzo, il dramma teatrale, il reportage giornalistico, senza dimenticare, di quando in quando, la poesia.
Già i suoi contemporanei avvertirono non pochi elementi di debolezza nello Strocchi scrittore: i suoi due racconti: Alcuni versi di Virgilio, Una passeggiata a Gavinana (1873); il giovanile romanzo sociale La figlia di Maria (1869), il romanzo Lucrezia Buonvisi, racconto storico lucchese del sec. XVI, se si prestavano alla battaglia degli ideali politici e alla polemica anticlericale, risentono, però, di un’espressione eccessiva, di una passionalità esuberante e non controllata, di una scrittura spesso convulsa, enfatica, tutti dati che finiscono per appesantire la sincerità dell’ispirazione.
Tardo guerrazziano lo definì la critica contemporanea. E gli stessi difetti li ritroviamo nella sua produzione teatrale poco rappresentata vuoi per l’eccessiva lunghezza dei suoi drammi, vuoi per la tendenza, comune anche al suo maestro, Mazzini, di farsi oratore e declamare secondo toni che oggi ci appaiono troppo alti e solo di rado capaci di scendere dal piedistallo retorico alla ricerca di un’espressione più umana, più familiare, più cordiale.
La penna migliore di Tito è senz’altro quella del giornalista, combattente e insieme corrispondente di guerra dai fronti di Mentana e Digione. Qui la prosa dello Strocchi si appaia a quella dei migliori memorialisti garibaldini (il Bandi e l’Abba) per la vivacità descrittiva, l’ironia che sottende le pagine, l’attenzione ai sentimenti e alle psicologie degli uomini impegnati, sui diversi versanti del conflitto, nelle vicende della storia patria, senza trascurare gli aspetti modesti, umili, quotidiani, antieroici della condizione del soldato. Soldato, lo Strocchi, ma volontario, uomo d’arme, ma per necessità di libertà e giustizia, con una vena, nelle sue pagine, di radicale critica della guerra che ricorda le pagine degli Scapigliati, in primis, quelle del Tarchetti, autore, con Una nobile follia, (’66-’67) del primo romanzo antimilitarista della nostra letteratura.
All’indomani della scomparsa di Tito, Giosue Carducci che l’aveva conosciuto e apprezzato a Bologna, prese l’impegno per una un’edizione completa degli scritti… Poi, si sa, Carducci, il Carducci giacobino e repubblicano, proprio in quegli anni si andava progressivamente assestando su posizioni monarchiche e filogovernative; subentrarono evidentemente esigenze e priorità diverse e quell’impegno rimase inattuato.
Si potrebbe pensare di onorarlo noi, oggi, quell’impegno carducciano, qui a Lucca, filtrando dalle torrentizie scritture strocchiane “il troppo e il vano” e riportando alla luce le sue pagine migliori, quelle ancora attuali che raccontano della lotta garibaldina per la libertà e la patria, la giustizia e la democrazia.
Dopo le polemiche in vita e in morte, dopo i silenzi, dopo le offese del fascismo alla sua memoria davvero sarebbe questo il modo migliore per garantirgli l’onore di una memoria finalmente accettata da tutti, da tutti condivisa.





