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Terrore a Istanbul: assalto al consolato israeliano, uccisi i tre assalitori

Ariel Piccini Warschauer.

Il terrorismo islamico torna a scuotere le strade di Istanbul, proprio nel cuore pulsante del distretto di Besiktas. Una pioggia di proiettili, il riflesso delle armi lunghe sotto il sole turco e il sangue che torna a macchiare l’asfalto davanti a quella che, per anni, è stata una delle sedi più sensibili della diplomazia mediorientale in Europa: il consolato d’Israele.

Il bilancio finale parla di una vera e propria battaglia urbana: tre assalitori abbattutidalle forze di sicurezza turche e due poliziotti rimasti gravemente feriti durante il violento scontro a fuoco. Le immagini che rimbalzano sui social sono inequivocabili: agenti che cercano riparo dietro le auto di pattuglia, il crepitio dei colpi che squarcia il silenzio del quartiere e il corpo di uno dei sospetti a terra, in una pozza di sangue, davanti agli occhi atterriti dei passanti.

L’obiettivo, anche se le autorità locali mantengono il massimo riserbo, appare fin troppo chiaro. Nonostante il Ministero della Giustizia turco, guidato da Akin Gurlek, abbia inviato tre investigatori per accertare la dinamica senza sbilanciarsi sulla matrice “antisemita o anti-israeliana”, è difficile derubricare l’accaduto a un semplice fatto di cronaca nera. In un quadrante regionale surriscaldato dalla guerra tra Israele e l’asse sciita, Istanbul si conferma ancora una volta la linea di faglia dove come sempre, si regolano i conti del nuovo disordine mondiale.

C’è però un dettaglio che rende l’attacco ancora più inquietante. Il consolato israeliano di Besiktas è, di fatto, un guscio vuoto. Secondo fonti della comunità ebraica locale e conferme arrivate direttamente dal Ministero degli Esteri di Gerusalemme, la sede è chiusa da almeno due anni e non ospita personale diplomatico.

Perché colpire un ufficio deserto? Le ipotesi sul campo sono due: Un attacco dimostrativo volto a colpire il simbolo dello Stato ebraico in una delle metropoli più importanti del mondo musulmano. O si tratterebbe di un vero e proprio fallimento d’intelligence degli attentatori: Un commando convinto di poter colpire obiettivi sensibili, ignorando che i diplomatici di Gerusalemme avessero già lasciato l’edificio da tempo per ragioni di sicurezza.

L’episodio non può essere isolato dal contesto. La Turchia di Erdogan vive un equilibrio precario: da un lato la retorica infuocata contro Israele, dall’altro la necessità di mantenere il controllo su un territorio che è diventato un crocevia per milizie, infiltrati e cani sciolti del radicalismo islamico. Solo pochi giorni fa, il Medio Oriente osservava con ansia i missili balistici iraniani intercettati sopra i cieli di Riad e le mosse dei ribelli Houthi. In questo scenario, il “fronte turco” rischia di diventare la valvola di sfogo per la rabbia delle piazze e dei gruppi islamisti armati.

Mentre la polizia di Istanbul e l’ambasciata israeliana ad Ankara si trincerano dietro il silenzio, resta il dato di fatto: il sangue è tornato a scorrere. Che si tratti dell’opera di una cellula jihadista o di un’azione solitaria pilotata da remoto, il messaggio è arrivato forte e chiaro. La guerra per procura che sta infiammando il Levante ha appena bussato, di nuovo, alle porte dell’Europa.

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