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I problemi che ostacolano la tassa sugli extraprofitti delle società energetiche

Marcello Messori scrive su InPiù della richiesta di tassa europea sulle rendite delle società energetiche. Vi è un’alta probabilità che le ondivaghe comunicazioni e le contraddittorie minacce, effettuate da Trump durante le lunghe settimane di attacco all’Iran, abbiano avuto anche l’esito di creare spazi per ripetute pratiche di insider trading e per comportamenti speculativi. In questo ambito una parte di quanti offrono, trasportano, trasformano e distribuiscono energia tradizionale e altre materie prime critiche ha avuto la possibilità di sfruttare preesistenti posizioni monopolistiche di mercato per incassare abnormi guadagni speculativi (rendite). La richiesta di una tassa europea sulle rendite (etichettate come extraprofitti) delle società energetiche, avanzata da alcuni Stati membri della Ue, inclusa l’Italia, può quindi apparire sensata. Vi sono, tuttavia, almeno due gravi problemi che ostacolano l’attuazione di tale scelta. Il primo, ben noto, risiede nella difficoltà di individuare e colpire le rendite là dove sono effettivamente maturate. Il secondo è la destinazione dei proventi di queste eventuali tasse.
 
Per ovviare al primo problema, sarebbe stato più efficiente praticare, in circostanze normali, politiche di tutela della concorrenza che impedissero la persistenza di posizioni monopolistiche; nell’attuale emergenza, sarebbe più efficace accentrare gli acquisti strategici (per esempio, l’approvvigionamento energetico) a livello europeo così da impedire l’abuso di posizioni monopolistiche mediante la creazione di monopsoni. Una simile alternativa non è contemplata dai paesi europei perché imporrebbe cessioni di sovranità nazionale a favore della Ue. Non a caso, la richiesta di una tassa europea nasconde un’opzione nazionalistica che porta al secondo problema: l’uso dei relativi proventi per sussidiare la domanda di beni energetici da parte dei consumatori dei singoli paesi. Anche se è impopolare sostenerlo, tali sussidi sono uno sperpero di risorse pubbliche. Al di là di circoscritti interventi a tutela delle fasce a più basso reddito, essi servono infatti a riprodurre gli eccessi di domanda rispetto a un’offerta che è vincolata da strozzature e che è distorta dalla speculazione. Sussidiando la domanda senza allentare i vincoli di offerta, si innesca una spirale che spinge i prezzi energetici verso l’alto, nutre la speculazione e sollecita ulteriori sussidi. È quindi paradossale che alcuni paesi della Ue sollecitino una tassa per colpire un processo che mirano ad alimentare. 

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