Sul deficit 3,1% pesano 8,4 miliardi di superbonus
Il rapporto deficit/PIL del 2025, fissato al 3,1% dal consuntivo Istat e certificato dal Documento di Finanza Pubblica 2026 approvato ieri dal Consiglio dei ministri, è superiore di un decimo di punto alla soglia che avrebbe interrotto la procedura Ue per una ragione sola: la coda dei crediti d’imposta legati al Superbonus. Senza quella componente il deficit si sarebbe collocato al 2,7%, tre decimi sotto la soglia europea del 3%: 8,4 miliardi di euro di bonus edilizi ancora fruibili nel 2025 sulla base della legislazione previgente sono emersi in misura superiore alle attese e hanno pesato per circa lo 0,4% del pil sulla spesa in conto capitale; al netto di questa voce, di natura transitoria e non ricorrente, i fondamentali della finanza pubblica italiana nel 2025 mostrano un miglioramento strutturale. Lo si legge in un report del Centro studi di Unimpresa, secondo cui il surplus primario — la differenza tra entrate e spese al netto degli interessi — è salito allo 0,8% del PIL dallo 0,5% del 2024. Le entrate sono cresciute del 4,8%, le spese del 4,1%. Lo spread BTP-Bund si è ridotto in media d’anno a poco più di 90 punti base, contro una media decennale di 162. Il DFP 2026 conferma per l’anno in corso un deficit al 2,9%, con una traiettoria discendente fino al 2,1% nel 2029 e l’uscita dalla Procedura per disavanzo eccessivo prevista nel 2027.
Secondo il Centro studi di Unimpresa, il Dfp ricostruisce con precisione la meccanica della coda del Superbonus. Si tratta di operazioni effettuate nel corso del 2025 e comunicate all’Agenzia delle Entrate entro il 16 marzo 2026, per le quali i beneficiari hanno fatto ricorso allo sconto in fattura o alla cessione del credito in base alle clausole di salvaguardia previste dalla normativa: interventi che, alla data del 15 ottobre 2024, risultavano già formalmente avviati. Non nuove agevolazioni, dunque, ma la emersione tardiva di una platea di lavori già autorizzati sotto il regime previgente, i cui effetti contabili si sono manifestati nell’esercizio 2025. Il documento segnala che su questi importi sono tuttora in corso verifiche da parte dell’amministrazione fiscale. Sul piano dell’impatto macroeconomico, la stessa coda ha alimentato una significativa ripresa delle costruzioni in abitazioni, che nel 2025 hanno registrato una dinamica positiva dopo la flessione del 2024: un effetto reale sull’economia, dunque, oltre che contabile sui saldi di finanza pubblica.
«Dunque, non siamo di fronte a un deterioramento strutturale dei conti, non una fuoriuscita dalla traiettoria di consolidamento, ma una voce contabile ben identificata, dalla natura transitoria e non ripetibile. Si tratta dei crediti d’imposta legati al Superbonus, quelli ancora fruibili nel 2025 in virtù della legislazione previgente, emersi in misura superiore alle attese e contabilizzati tra i contributi agli investimenti in conto capitale» spiegano gli analisti del Centro studi di Unimpresa.
Il meccanismo merita una spiegazione. Il Superbonus non produce un esborso di cassa nell’anno in cui viene usufruito: il beneficiario riceve lo sconto in fattura o cede il credito, e il costo per le finanze pubbliche si manifesta quando lo Stato riconosce quel credito in compensazione o detrazione fiscale. Questa discronia tra il momento in cui l’agevolazione viene concessa e quello in cui pesa sui conti è la ragione per cui la coda del Superbonus continua a influenzare i saldi di finanza pubblica anche anni dopo l’entrata in vigore delle norme che hanno ridisegnato il perimetro della misura. Nel 2025, l’ammontare dei crediti edilizi emersi ha raggiunto circa 8,4 miliardi di euro, equivalenti a quasi lo 0,4% del PIL. Il DFP precisa che si tratta prevalentemente di operazioni effettuate nel corso del 2025 e comunicate all’Agenzia delle Entrate entro il 16 marzo 2026: interventi che, sulla base delle clausole di salvaguardia, includono lavori formalmente avviati prima del 15 ottobre 2024. Una coda attesa, dunque, ma più lunga del previsto.





