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La politica ha perso la parola, l’analisi di Galli della Loggia

Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera riflette sul valore della parola nella politica democratica, richiamando l’esempio di Churchill, capace di “mobilitare la lingua inglese” contro Hitler. La parola autentica, non letta ma pronunciata con convinzione, è fondamentale perché consente al rappresentante politico di esporsi al giudizio del popolo, comunicando non solo idee ma personalità, sincerità e competenza. Anche gesti, postura e tono rivelano se chi parla crede davvero in ciò che dice. In Italia, però, questa dimensione è assente. La responsabilità è attribuita anche alla televisione, che riduce gli interventi a pochi minuti, trasformandoli in slogan frammentati, stereotipati e aggressivi. I conduttori peggiorano la situazione: o lasciano parlare senza controllo, rendendo l’oratore un “manichino ventriloquo”, oppure lo interrompono continuamente. Raramente si pongono domande incisive che obblighino i politici a spiegare concretamente le loro proposte. Il cattivo esempio viene dal Parlamento, composto spesso da eletti poco preparati, con scarsa padronanza linguistica. Qui non si parla davvero, ma si leggono testi in modo frettoloso e poco efficace, cercando di accumulare parole nel tempo disponibile senza reale efficacia comunicativa. Ne deriva una politica priva di autentica capacità retorica e incapace di coinvolgere i cittadini. Questa incapacità di parlare riflette una più profonda incapacità decisionale: la difficoltà di assumere scelte forti e coraggiose, causa del declino del Paese. Interviste, libri costruiti e risse televisive non sostituiscono il vero dibattito. La politica appare così sempre più distante dalla realtà e incapace di incidere davvero sulla vita delle persone. Senza parole adeguate, una classe politica dimostra di non avere idee né direzione. Da tempo gli italiani sospettano che sia proprio così.

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