Salvini tra l’addio dell’amministratore delegato delle Ferrovie e gli attacchi dei leghisti
Prima i treni. Poi il Ponte sullo Stretto. Nel mezzo, una Lega attraversata da tensioni sempre meno sotterranee. Ne parla in un articolo il quotidiano Il Dubbio. Le dimissioni dell’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato Stefano Donnarumma, maturate dopo il faccia a faccia di ieri con Matteo Salvini, raccontano molto più di un semplice avvicendamento ai vertici di una partecipata pubblica. Gli addetti ai lavori (senza grandi sforzi, peraltro) le leggono come il segnale di una fase nuova del leader leghista: sempre più deciso a riprendere personalmente il controllo dei dossier più delicati, ma anche sempre più chiuso in una cerchia ristretta di fedelissimi, mentre attorno a lui aumentano le difficoltà politiche.
Il ministro dei Trasporti ha salutato l’uscita di scena del manager ringraziandolo per i risultati raggiunti sul Pnrr, sugli investimenti e sul ritorno all’utile del gruppo. La versione ufficiale parla di una conclusione concordata del mandato per aprire la “fase due” di Fs con una figura interna. Ma la tempistica dell’operazione, arrivata dopo settimane di polemiche per i continui disservizi ferroviari, inevitabilmente alimenta una lettura politica diversa. Anche perché le opposizioni hanno immediatamente trasformato il cambio al vertice nell’ennesimo atto d’accusa contro il ministro, sostenendo che si stia cercando un capro espiatorio per problemi che ricadono sulla responsabilità politica del dicastero. Per Angelo Bonelli, Salvini «scarica le responsabilità sugli altri, cambia i vertici, cerca capri espiatori», mentre il Pd parla di «certificato del fallimento del governo nei trasporti».
Il punto, però, non riguarda soltanto Ferrovie. Da settimane Salvini appare impegnato a presidiare personalmente ogni fronte aperto, in una fase nella quale gli spazi di manovra si stanno restringendo. Sul tavolo si accumulano i ritardi dei treni, le polemiche sul Ponte sullo Stretto, le inchieste che ruotano attorno all’opera simbolo del suo ministero e una pressione politica crescente che arriva contemporaneamente dall’esterno e dall’interno del partito.
Dentro la Lega, come è noto, il clima è cambiato. L’ala “amministrativa” del Nord continua a chiedere una profonda riorganizzazione del movimento, maggiore collegialità e un riequilibrio dei poteri a favore dei territori. Luca Zaia resta il punto di riferimento di questo fronte, mentre Massimiliano Fedriga insiste sulla necessità di ricostruire un rapporto di fiducia con gli elettori, abbandonando gli slogan e tornando a misurarsi con la complessità dei problemi. «Dobbiamo ritornare ad avere un rapporto di lealtà con i cittadini», ha spiegato il governatore del Friuli Venezia Giulia, invitando il partito a smettere di inseguire «i risultati fantasmagorici» e a raccontare «le difficoltà» senza scorciatoie. Parole che, pur senza mettere formalmente in discussione la leadership del segretario, fotografano un disagio politico che non accenna a diminuire.
Come se non bastasse, sul versante elettorale continua ad avanzare Roberto Vannacci. La crescita di Futuro Nazionale nei sondaggi sottrae consenso proprio nell’area tradizionalmente più favorevole alla Lega, costringendo Salvini a difendere contemporaneamente il proprio ruolo nel governo e quello nel partito. Una doppia pressione che rende ogni scelta più delicata e ogni segnale interno più pesante.
È in questo contesto che molti, nel centrodestra, leggono la gestione del dossier Ferrovie. Più che l’episodio isolato di un manager che lascia, il riflesso di un metodo sempre più accentratore nei fatti ed ecumenico a parole. Il tavolo sui territori, che ha esordito la settimana scorsa e avrà cadenza periodica, non sembra scaldare i cuori dei “neobossiani” e le defezioni al team-building inizialmente programmato per i primi di luglio nel trevigiano hanno lasciato il segno, contribuendo ad alimentare una sorta di “sindrome del bunker” e pulsioni da repulisti.
D’altra parte, quando il consenso si assottiglia e i fronti aperti aumentano, la tentazione di stringere il cerchio attorno a pochi uomini di fiducia diventa quasi inevitabile. Il rischio, però, è che proprio quella ricerca di compattezza finisca per accentuare l’isolamento politico del leader, mentre dentro il partito cresce la convinzione che, per invertire la rotta, non bastino nuovi organigrammi o cambi ai vertici delle partecipate, ma serva una riflessione più profonda sulla linea e sulla classe dirigente. Di fronte a questa situazione, il Capitano sembra aver scelto l’arroccamento.





