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Elly Schlein prende un caffè con Draghi ma il problema è se condivide quello che lui dice

A Mario Lavia de Linkiesta non piace la linea politica della segretaria del Pd Elly Schlein e lo ribadisce in un articolo. Può anche andare a parlare con Mario Draghi (nella foto). Il problema è se Elly Schlein condivide quello che lui dice. E se sì, come pensa di combinare Draghi non solo con Giuseppe Conte e Nicola Fratoianni, ma anche e soprattutto con il gruppo dirigente del Pd che dell’ex premier detestò la cosiddetta “agenda”. Perché il punto è questo: quanto di ciò che Draghi rappresenta è davvero compatibile con la linea politica del Partito democratico guidato da Schlein.

Già, Draghi non è soltanto un ex presidente del Consiglio. È un’idea di governo. È il riformismo europeo, la credibilità internazionale, il primato della competenza sulla propaganda. È la convinzione che la crescita si costruisca con investimenti, innovazione e responsabilità, non con la rincorsa permanente agli umori dell’elettorato. Lei, Schlein, è ovunque, va da Draghi e dalla Fiom, dai gay pride a Romano Prodi, da Conte e da Giorgio Gori. Contiene moltitudini, ma trasmette il vuoto. L’impressione è che, più che una sintesi, Schlein stia allestendo un patchwork. Probabilmente dice di sì a tutti i suoi interlocutori.

La leader del Pd è riuscita a parlare con l’ex presidente della Bce dopo molto tempo, tipo un anno. Forse la cosa doveva restare riservata, ma è uscita sul Foglio. Fatto sta che Draghi, in questo analogamente a Prodi, le ha raccomandato di «rassicurare» il Paese: d’altronde lo si conosce, il suo stile, la sua filosofia politica. Riforme, non demagogia. Che non è esattamente quella dei flotilleri dem, per dire. Ma fosse lo stile, il problema. Draghi andò con il famoso treno a Kyjiv sotto le bombe, Elly se ne guarda bene e guida (forse) uno schieramento i cui cinque leader (oltre a lei, Conte, Bonelli, Fratoianni e Renzi) non sono mai andati in Ucraina. Schlein non ci va perché sa che il grosso del suo partito imputa a Volodymyr Zelensky e agli ucraini la responsabilità di una guerra che non finisce perché – guarda un po’ che pretese! – non vogliono arrendersi. Il braccio destro di Schlein Marta Bonafoni ha più o meno dato del reazionario al premier britannico Keir Starmer, e questa non sarà certo l’opinione di Draghi o di Prodi.

Non parliamo poi della patrimoniale, del no al nucleare, del no alle spese militari europee: tutti elementi della “demoproletarizzazione” del Nazareno. E dunque quel caffè con Draghi sa di fuffa. Un po’ di belletto di governo sul volto emaciato del radicalismo populista. Puoi anche avere le proposte di Olof Palme o Robert Kennedy (quello vero, non suo figlio picchiatello e trumpiano) ma se le innesti sulla pianta rinsecchita delle assemblee d’istituto il risultato è penoso, la pietanza risulta indigeribile. Altro sarebbe se il Pd decidesse, con un voto formale, di fare proprie le indicazioni dei piani europei elaborati da Draghi e da Enrico Letta, se sull’Ucraina assumesse le posizioni di Raphael Glucksmann e di Pina Picierno, se sul nucleare seguisse Carlo Calenda e Chicco Testa.

Fissata una cornice forte, poi ci sarebbe spazio per tutta una serie di proposte sociali e di sinistra. Più Draghi, meno Pedro Sánchez. Servirebbe una linea politica seria. Un caffè certo non basta.

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