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Raffreddamento della politica italiana verso l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea

Paolo Gentiloni in un articolo su La Repubblica esprime preoccupazione per i recenti segnali di raffreddamento della politica italiana nei confronti dell’adesione dell’Ucraina all’Unione europea. Dopo anni di sostegno bipartisan al percorso europeo di Kiev, alcune dichiarazioni provenienti dalla maggioranza e dal ministro Guido Crosetto sembrano mettere in discussione una linea che l’Italia aveva finora condiviso. Secondo Gentiloni, negare all’Ucraina la prospettiva di entrare nell’Unione significherebbe privarla del suo principale orizzonte politico. Se l’ingresso nella Nato era legato soprattutto alla sicurezza, l’adesione all’Ue rappresenta invece il progetto che ha ispirato gli ucraini dalle proteste di Maidan del 2014 fino alla resistenza contro l’invasione russa. Per questo l’autore ricorda che l’Italia ha sostenuto sia la candidatura di Kiev sia l’avvio dei negoziati di adesione, e che appena poche settimane fa la stessa Giorgia Meloni aveva ribadito il proprio auspicio per l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione. L’ex premier affronta poi le principali obiezioni all’adesione. Respinge l’idea che essa rappresenti una provocazione verso la Russia, sostenendo che ciò equivarrebbe a lasciare a Vladimir Putin il potere di decidere il destino dell’Ucraina. Quanto alle riforme ancora necessarie, soprattutto nella lotta alla corruzione, ricorda che proprio il negoziato europeo serve a verificare e accompagnare questi cambiamenti. Anche le preoccupazioni economiche vengono giudicate affrontabili, come dimostrerebbero precedenti allargamenti dell’Unione a Paesi con livelli di sviluppo inferiori. Gentiloni sottolinea inoltre che il percorso di Kiev non penalizzerebbe gli altri Paesi candidati, ma anzi avrebbe contribuito a rilanciare il tema dell’allargamento europeo. Ricorda infine che l’adesione resta comunque un processo lungo, che secondo le previsioni potrebbe concretizzarsi non prima del 2029-2030. Per l’autore, il confronto deve riguardare tempi e modalità dell’ingresso, non il suo principio, evitando di sacrificare una scelta strategica europea a convenienze politiche di breve periodo.

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