Quando Siena si ribellò anche a Mussolini per difendere il Monte dei Paschi
Michele Taddei su Impress, a proposito del Monte dei Paschi, ricorda un episodio del 1936. Siamo nel momento di più alto consenso del regime fascista. È l’anno in cui Mussolini proclama la nascita dell’impero d’Italia, dopo la conquista dell’Etiopia. Il dittatore è all’apice del potere. A tutti gli effetti padre padrone dell’Italia. Ovunque nel Paese. Ma non a Siena. Non riguardo al Monte dei Paschi di Siena.
Non che non fossero fascisti anche a Siena, ci mancherebbe. Solo che sulle questioni di Mps ai senesi, all’epoca, non piaceva che mettese il becco nessuno, nemmeno Mussolini.
Il 12 marzo del 1936 dicevamo, il Parlamento approva la legge bancaria che riconosce a Mps lo status di “istituto di credito di diritto pubblico”. Una categoria riservata solo a poche banche fino a quel momento (Banco di Napoli, Banco di Sicilia, poi Banca Nazionale del Lavoro e San Paolo di Torino). Lo status derivava dal fatto che “il Monte affondava le sue radici nella notte dei tempi raccordandosi ai legami fra l’Istituto e la città”. “Giungendo così – scrive il compianto professor Franco Belli – a una sovrapposizione della forma e alla sostanza”. Insomma, il fascismo riconosce il legame indissolubile che esisteva dal 1472 tra la banca e i suoi “pascoli” senesi, maremmani e toscani in genere.
La banca infatti già operava come un grande istituto di livello nazionale, grazie alla sua sezione “cassa di risparmio”. Ma era anche stata fondamentale per garantire una certa stabilità finanziaria in giro per l’Italia negli anni precedenti.
Fin qui tutto bene. Il 22 ottobre 1936, in base alla nuova normativa, venne quindi approvato il nuovo statuto della banca che, ad esempio, all’articolo 3 “individuava lo scopo fondamentale del nuovo Istituto nel potenziamento delle attività produttive dei luoghi nei quali svolge la sua azione con particolare riguardo allo sviluppo dell’agricoltura (dunque, anche il Chianti dove oggi Marrocchesi Marzi produce il suo Sangiovese).
Altri cambiamenti non destarono particolari reazioni, anche perché la Banca veniva finalmente riconosciuta come una banca di sistema, in grado cioè di reggere a eventuali e future crisi finanziarie, a tutela anche del regime di Mussolini.
Ma le cose (per il regime) a Siena si misero male quando venne decisa la limitazione nella distribuzione degli utili della banca sulla città (solo tre quarti di quelli disponibili) e che la nomina dei vertici di Rocca Salimbeni sarebbe spettata al Consiglio dei Ministri, quindi a Mussolini, nelle figure del Presidente, che peraltro avrebbe assorbito i poteri del Provveditore, e di quattro dei sei membri della Deputazione. Gli altri due li avrebbe nominati il Comune di Siena. Apriti cielo!
Le informative dell’allora prefetto di Siena parlano di “profondo malcontento nella città di Siena con manifestazione di ostilità particolarmente violente contro il provveditore Alfredo Bruchi”. Reo, secondo di senesi, di avere orchestrato l’operazione per togliere a Siena non solo il diritto di nomina quanto il Monte come istituzione cittadina.
E qui entra in campo una figura certo conosciuta dai senesi, Fabio Bargagli Petrucci, il “fiero podestà, come lo definì Giuliano Catoni in un suo lavoro di qualche anno fa.
Per evitare l’approvazione del nuovo statuto, l’allora podestà, agrario e fascista, si recò più volte a Roma, in particolare in Banca d’Italia ma forse anche in altre sedi, per sostenere il principio che “il Monte dei Paschi rappresentava un patrimonio di grande valore verso cui la città intera nutriva un profondo attaccamento”. “Spogliare Siena di queste antiche prerogative di buon governo – era il senso del suo ragionamento – avrebbe prodotto conseguenze deleterie per la tutela dei risparmi della collettività e un eccessivo accentramento del potere finanziario nelle mani di pochi”.
Poiché le buone ragioni di Bargagli Petrucci non portarono a nulla e lo statuto venne pubblicato lo stesso, il “fiero podestà” ritenne suo dovere dimettersi il 29 ottobre, una settimana dopo. Ma intanto si rifiutò di nominare i due deputati anche a rischio del “confino di polizia”, come ebbe a minacciarlo il prefetto Eduardo Pallante.
Nelle sue memorie, con riferimento a quel preciso periodo, scrive: “In Siena esiste uno stato di cose eccezionali nei riguardi della scelta delle persone proposte o da proporre ai vari uffici. Due deputati soli: uno l’onorevole Bruchi, grossetano, è anche provveditore del Monte dei Paschi e si trova in una posizione d’incompatibilità almeno morale per i due uffici; l’altro [Chiurco] di Rovigo. Un solo senatore: S.E. Sarrocchi che vive e risiede a Firenze e si tiene costantemente lontano dalla vita della provincia di Siena e rarissimamente si fa vedere. Si può dire che Siena è la città d’Italia che ha il più scarso numero di uomini parlamentari, perché non ne ha nessuno”.
Alfredo Bruchi, deputato maremmano, intanto, venne nominato dal Governo Mussolini presidente e provveditore del Monte dei Paschi di Siena.
“Vedo al Monte spuntare le ali e volare verso altri lidi”
In una lettera indirizzata al prefetto di Siena, Oscar Uccelli, Bargagli Petrucci scrive: “Temo per Siena un oscuro e triste destino e vedo al Monte, tra poco tempo, spuntare le ali e volare verso altri lidi”.
E aveva ragione. La banca negli anni successivi passò dal consueto credito agrario e fondiario al sostegno alla nascente industria di Stato, all’IRI, all’ANIC (idrocarburi), alla Montecatini (chimica-energia). Proprio nel 1936 fece il suo ingresso negli aumenti di capitali di società quotate in borsa, con la collocazione dei titoli alla clientela. E qui le cose cominciarono a complicarsi e mettersi male per le povere finanze montepaschine.
Fu allora che al Comune di Siena, podestà Mario Tadini Boninsegni, agrario con la splendida tenuta di Poggio Santa Cecilia a Rapolano Terme e fascista, tornò alla carica con la senesità del Monte. Anch’egli fece tanti viaggi a Roma e finì per ottenere che almeno uno dei membri nominati dal Governo nella Deputazione fosse originario della provincia di Siena. Ma non riuscì a imporsi sull’impegno del mantenimento a Siena della sede e Direzione della banca né che la maggioranza dei nominanti fosse senese. Anche Tadini Boninsegni, agrario e fascista, nel 1938 si dimise in polemica con il governo di Mussolini, non prima però di avere fatto ricorso al Consiglio di Stato.
La patata bollente toccò dunque a Luigi Socini Guelfi, agrario e fascista, che, finalmente, riuscì nell’impresa di far cambiare idea al Duce e al governo romano. Complice la grave crisi finanziaria che aveva colpito il Monte ma anche la capacità diplomatica che Socini Guelfi riuscì a instaurare con il pisano Guido Buffarini Guidi, un potente del regime. Fecero presa il racconto di Siena precipitata nell’”angoscia più profonda e nel vivo timore di aver perduto ormai il secolare Istituto, suo per fondazione, suo per diritto, e suo perché dopo oltre trecento anni di attività finanziaria, svolta sotto la guida di cittadini senesi e col controllo del Comune di Siena, avevano ormai stabilito una tradizione di attaccamento, di coesione, di amorevole orgoglio della città per il suo massimo istituto”.
Fu così che anche a Roma, nel 1939, si decisero a rimettere mano alla revisione dello statuto della banca, modificarono nuovamente le procedure di nomina degli organi attribuendo anche alla Provincia una designazione, assegnando agli enti senesi la scelta della maggioranza dei componenti la Deputazione. Il capo del Governo, Mussolini, avrebbe avuto invece la possibilità di indicare il presidente della banca “purché fosse stato un cittadino residente nella provincia di Siena. Anche al Duce dunque furono imposti dei limiti che finì per accettare.
Bruchi poté dunque rimanere presidente, ma venne affiancato, di nuovo, da un Provveditore, Piero Valiani. Entrambi governarono la banca fino al 1944. Valiani fu protagonista anche della fase post bellica e della ricostruzione.





