Hamas e Jihad islamica celebrano i propri martiri e tradiscono il racconto occidentale
Ariel Piccini Warschauer.
Per mesi ce li hanno raccontati come martiri dell’informazione. Vittime innocenti di una presunta “guerra d’Israele contro la stampa libera”, i cui volti venivano sbandierati dalle Ong internazionali e rimbalzati acriticamente dai megafoni del pacifismo nostrano per dimostrare la “ferocia” dell’esercito con la Stella di Davide. Ora, però, il castello di carte della propaganda palestinese sta crollando sotto il peso della realtà. A smascherare il bluff non sono le telecamere di Tsahal, l’esercito israeliano, ma i canali ufficiali delle formazioni terroriste di Gaza.
Hamas e la Jihad Islamica Palestinese (Jip) hanno iniziato a fare i conti con le proprie perdite. E nel celebrare i propri caduti sui canali Telegram delle rispettive ali militari, hanno ammesso ciò che per quasi due anni avevano taciuto: decine di uomini presentati al mondo come reporter d’assalto erano, in realtà, miliziani e quadri operativi del terrore.
Un’inchiesta del quotidiano The Times of Israel, che ha setacciato centinaia di necrologi postumi pubblicati nelle ultime settimane a Gaza, squarcia il velo sul sistematico uso improprio delle credenziali giornalistiche. Emblematico è il caso di Ahmed Abu Eisha, eliminato il 10 luglio 2025 da un drone israeliano nel campo profughi di Nuseirat. Per il Committee to Protect Journalists (CPJ), l’organizzazione internazionale che documenta i rischi della stampa nel mondo, Abu Eisha era un giornalista di Palestine Today, descritto come un uomo «educato, calmo e gentile», fresco di dottorato in arabo. Peccato che la Jihad Islamica, annunciandone la morte, lo abbia celebrato ufficialmente come comandante e operativo della propria «Unità informativa centrale». Non un cronista, dunque, ma un uomo d’apparato strategico dedito alla raccolta e all’analisi di intelligence militare per colpire Israele. Non si tratta di un errore isolato, ma di un sistema. Con l’intensificarsi dei comunicati postumi — oggi ne escono dai sette agli otto al giorno — i nomi dei “martiri con il fucile” coincidono millimetricamente con quelli inseriti nelle liste dei “giornalisti uccisi”. C’è Mohammed Nasser Abu Huwaidi, la cui morte nel dicembre 2023 fu addirittura condannata dall’UNESCO come un attacco alla stampa, e che la Jihad Islamica rivendica oggi come membro della propria «unità di media militari». E ci sono Yaqoub Anan al-Bursh e Maysara Salah, fotoreporter di facciata ma organici ai battaglioni delle Brigate Al-Qassam nel nord di Gaza responsabili degli attacchi e dei massacri del 7 ottobre.
Di fronte all’evidenza dei fatti, persino le organizzazioni più refrattarie a dare credito alle versioni di Gerusalemme hanno dovuto fare marcia indietro. Il CPJ, senza troppi clamori, ha rimosso otto nomi dall’elenco dei reporter uccisi, riducendo il computo totale dopo aver accertato che quelle persone avevano effettivamente «partecipato ai combattimenti».
«Riesaminiamo ogni caso quando emergono nuove informazioni», si giustificano dall’organizzazione. Ma intanto il danno è fatto.
Le ammissioni di Hamas e Jip non fanno che confermare quanto l’esercito israeliano sostiene dall’inizio del conflitto. Solo pochi mesi fa, la difesa israeliana aveva diffuso i documenti d’identità e i ruoli militari di sei giornalisti della rete qatariota Al Jazeera, provandone l’affiliazione ai gruppi armati. L’ultimo della lista è Ahmed Samir Washah, cameraman dell’emittente basata a Doha, eliminato in un raid e identificato dalle Idf come un comandante dell’ala militare di Hamas dedito alla pianificazione di attacchi con cecchini.
Uno studio dettagliato del Meir Amit Intelligence and Terrorism Information Center ha calcolato che circa il 60% delle 266 persone identificate come giornalisti uccisi tra l’ottobre 2023 e il novembre 2025 era affiliato o direttamente inquadrato nelle organizzazioni terroristiche di Gaza.
Un uso strumentale dello status di civile che non risparmia nemmeno lo sport: anche il calciatore dell’Al-Ahli Gaza, Ahmed Abu al-Atta, la cui morte era stata elevata a simbolo della “distruzione della gioventù palestinese”, è stato infine celebrato dalla Jihad Islamica come vicecomandante dell’unità razzi della Brigata di Gaza City.
Mentre la Foreign Press Association continua giustamente a ricordare che i giornalisti in zona di guerra vanno protetti, dimentica spesso di sottolineare il bignami del diritto internazionale: la protezione decade nel momento in cui si imbraccia un AK-47 o si trasmettono le coordinate per i lanci di razzi. Giocare a fare i reporter di giorno e i terroristi di notte non è solo un crimine di guerra, è la pietra tombale sulla credibilità di chi, da Gaza, pretende ancora di raccontare la verità.




