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Palio di Siena, anticipare la resa per non rischiare la sconfitta si chiama rassegnazione

Pierluigi Piccini.

A mezzogiorno del 2 luglio Siena non ha rinviato una corsa. Ha rinunciato a un pomeriggio. Ha deciso in anticipo che non valeva la pena aspettare, guardare il cielo, tastare il tufo. Un gesto piccolo, tecnico, sensato. E per questo sincero: i gesti piccoli nessuno li prepara, nessuno li recita.

Ma il gesto non è della città. La Piazza era pronta ad aspettare, il mugugno lo dimostra. Il gesto è di chi decide. Ed è qui la ferita: tra Siena e chi la governa si è aperta una forbice. La città si chiede ancora “cosa possiamo fare”. Chi decide si chiede ormai “cosa possiamo perdere”. La banca, le istituzioni, la sua voce sempre più flebile: chi ha perso molto smette di giocare. Anticipa la resa per non rischiare la sconfitta. La chiama prudenza. È rassegnazione con un nome rispettabile.

Nel 2024 e nel 2025 si aspettò fino a sera, si dirà. Appunto. La rassegnazione non è uno stato: è un processo. Prima si cede solo davanti al temporale. Poi il temporale arriva due anni di fila, e la lezione non è “abbiamo difeso la data” ma “abbiamo sofferto per niente”. Al terzo anno si firma a mezzogiorno. Il 2026 non smentisce il 2024: ne è il figlio.

E il meccanismo è perfetto. La resa anticipata non può essere smentita: se piove avevano ragione, se esce il sole non si poteva sapere. Non impara niente, e si ripete — ogni volta un po’ prima. La responsabilità, divisa tra venti persone, non pesa su nessuno. Il cambiamento, mai votato, non si può contestare. Ogni pezzo è ragionevole. È l’insieme che ha smesso di volere.

Doveva succedere proprio al Palio: l’unica istituzione senese costruita al contrario. Dove si combatte fino all’ultimo secondo, dove perdere è previsto e arrendersi no. La città l’ha portato attraverso guerre ed epidemie perché era la sua scuola della volontà: il giorno in cui anche ferita si ricordava com’è fatta. E doveva succedere proprio a luglio, al Palio della Madonna di Provenzano: una Festa nata da un voto, cioè da un affidamento. Per secoli la città ha guardato quel cielo come si guarda una promessa. A mezzogiorno lo ha guardato come si guarda un rischio. È lo stesso cielo. È cambiato chi guarda.

Amministrare la Festa con la timidezza con cui si amministra tutto il resto è la resa che entra nell’ultima stanza della casa — quella dove si teneva la cosa che doveva insegnarci a non arrenderci. Qualcuno dirà che è amore: proteggere l’unica cosa rimasta. Ma il fuoco non si custodisce tenendolo spento.

La bandiera verde delle 12.45 non annuncia un rinvio: certifica un metodo. Chi non aspetta più che spiova ha smesso di credere che possa spiovere. Su tutto. Resta la forbice, ed è l’unica speranza: la Piazza voleva aspettare. Quando Siena tornerà a somigliare alla sua Piazza più che alle sue ordinanze, si tornerà a correre. Soprattutto sotto un cielo incerto.

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