Netanyahu frena gli entusiasmi nonostante i colpi inferti alla “piovra iraniana”
Ariel Piccini Warschauer.
Nessun trionfalismo, o almeno non definitivo. Nonostante i colpi durissimi inferti a quella che l’intelligence definisce la “piovra iraniana”, per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu la partita in Medio Oriente resta strutturalmente aperta. Intervistato dai microfoni di Channel 14, il premier ha voluto tracciare un bilancio dei successi militari ottenuti negli ultimi anni contro Hamas, Hezbollah e la cabina di regia di Teheran, frenando però chi, tra le fila della sua stessa maggioranza, evoca già la parola “vittoria”.
Alla domanda diretta dell’intervistatore se i conflitti dell’ultimo biennio possano considerarsi conclusi o definitivamente vinti, il leader del Likud ha risposto con il consueto realismo muscolare: «Non è mai finita. Se si vuole vivere in Medio Oriente – e nel mondo – bisogna essere molto forti». Una massima che fotografa la dottrina della “deterrenza permanente” che ha guidato le ultime, devastanti campagne militari israeliane nella regione.
«Israele è più forte che mai e abbiamo respinto queste minacce. Le abbiamo notevolmente indebolite», ha rivendicato il premier, prima di tracciare la linea per i mesi a venire. «Abbiamo ancora del lavoro da fare. Dobbiamo occuparci dei resti dell’asse iraniano e cogliere le opportunità per accordi di pace».
Ed è proprio su quest’ultimo punto che si gioca la partita diplomatica più delicata. Le parole di Netanyahu arrivano infatti in un momento di profonda transizione sul fronte nord. Nonostante i continui e quotidiani scontri sul campo con le milizie sciite di Hezbollah, sullo sfondo si muove la macchina della diplomazia: Israele ha recentemente siglato un accordo quadro con il Libano. Il testo, fortemente sponsorizzato dai mediatori internazionali, traccia la road map per un graduale ritiro delle forze israeliane dal sud del Paese e mette nero su bianco l’obiettivo, fino a ieri impensabile, di una successiva normalizzazione delle relazioni bilaterali tra Gerusalemme e Beirut.
La retorica di Netanyahu fluttua così tra la necessità di mantenere alta la tensione interna – indispensabile per la tenuta del suo esecutivo – e l’esigenza di capitalizzare i successi sul campo in asset geopolitici stabili. Archiviare, anche solo parzialmente, il fronte libanese permetterebbe a Israele di isolare ulteriormente l’Iran.
Tuttavia, il messaggio inviato a Teheran resta durissimo: per il governo israeliano, finché i “tentacoli” dell’asse sciita non saranno del tutto sterilizzati, la parola “pace” resterà subordinata a quella delle armi. Anche perché il Libano vuole un accordo di pace che Hezbollah respinge con attacchi continui contro il Nord dí Israele.





