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Nessun Paese può affrontare la crisi da solo ma finora né la pandemia né il cambiamento climatico hanno prodotto la svolta

Gabriele Segre su La Stampa riflette sulla crescente instabilità dell’ordine internazionale, sostenendo che le tradizionali certezze geopolitiche stiano rapidamente venendo meno. L’autore cita come esempio l’ipotesi di un possibile riavvicinamento tra Stati Uniti e Iran, osservando come alleanze e rivalità appaiano oggi molto più fluide rispetto al passato. Secondo Segre, i principali modelli interpretativi proposti negli ultimi anni non riescono più a spiegare la realtà. Il primo è quello delle cosiddette “potenze medie”, rilanciato dal premier canadese Mark Carney, che immagina una cooperazione tra Stati con interessi diversi. Per l’autore, però, le differenze strategiche tra Paesi come Arabia Saudita e Giappone rendono questa prospettiva poco realistica. Il secondo schema è quello della competizione tra Stati Uniti e Cina come nuovo bipolarismo globale. Anche questa lettura, osserva Segre, appare riduttiva: Washington resta la principale potenza economica, militare e tecnologica, mentre Pechino deve fare i conti con difficoltà demografiche ed economiche, e molti altri attori internazionali non intendono limitarsi al ruolo di spettatori. Nemmeno il ritorno al multilateralismo rappresenta, secondo l’editorialista, una risposta convincente. Pur continuando a essere evocata nei vertici internazionali, la cooperazione lascia spesso spazio a strategie nazionali. Ne deriverebbe un sistema di “non-governo del mondo”, nel quale ogni Paese cerca di ridurre le proprie vulnerabilità puntando su politiche industriali, sicurezza delle catene di approvvigionamento, protezionismo selettivo e investimenti in difesa, energia e intelligenza artificiale. Segre avverte tuttavia che questa logica funziona solo fino a un certo punto. Se sulle dispute commerciali è possibile trovare compromessi, temi come proliferazione nucleare, infrastrutture critiche, biotecnologie e intelligenza artificiale richiedono regole condivise. A suo giudizio, gli Stati accetteranno di cedere quote di sovranità soltanto davanti a una crisi capace di dimostrare che nessun Paese può affrontare da solo rischi di natura esistenziale. Finora, conclude, né la pandemia né il cambiamento climatico hanno prodotto questa svolta.

Nessun Paese può affrontare la crisi da solo ma finora né la pandemia né il cambiamento climatico hanno prodotto la svolta

I ritardi dei treni ci sono, ammette

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