Musei, salute e ben-essere: il welfare culturale e la prescrizione sociale
Maurizio Vanni*
Il nostro Paese si sta preparando a riconoscere e ufficializzare il valore terapeutico delle arti, della cultura e dei musei; infatti, tra febbraio e aprile 2026 è stato approvato, in Conferenza Stato-Regioni, un protocollo d’intesa tra il Ministero della Cultura e quello della Salute per promuovere la “prescrizione dell’arte” come supporto alle cure mediche. Un’iniziativa che parte dalla convinzione che la fruizione delle arti e, in generale, di tutte le attività culturali possa migliorare concretamente la qualità della vita e il benessere individuale, che il welfare culturale debba entrare nella politica pubblica e debba essere strutturato, condiviso, capitalizzato proprio attraverso la prescrizione sociale, supportato dalle buone pratiche già realizzate e favorendo la promozione di studi scientifici (validazione scientifica).
La prescrizione sociale e culturale trasforma luoghi di condivisione quotidiana in spazi di cura non farmacologica e di benessere, coinvolgendo sia le strutture che producono cultura (musei, teatri, biblioteche, studi di artisti, ecc.) sia i luoghi deputati alla cura (ospedali, cliniche, case di cura, centri ricreativi e per anziani), ma anche parchi e spazi verdi. La presenza in ambito ospedaliero di opere d’arte o spazi progettati con criteri legati all’architettura del benessere o alla biofilia non sono solo propedeutici alla serenità, al comfort psico-fisico e all’equilibrio interiore, ma possono ridurre i tempi di recupero e diminuire lo stress e l’utilizzo di farmaci analgesici. Di tutti questi posti, il museo potrebbe essere considerato quello più rappresentativo per la tipologia di collezioni, per gli spazi che può mettere a disposizione e per la sua relazione continuativa con la comunità e con il territorio.
Per diventare luogo determinante del welfare culturale e della prescrizione sociale, il museo dovrebbe investire sulla responsabilità sociale, favorire l’inclusione sociale – abbattimento di qualunque barriera sociale partendo dalle situazioni più complesse di disagio individuale –, garantire l’accessibilità universale (fisica, sensoriale, cognitiva, tecnologica, economica, comunicazione interna, linguistica e cronologica) e promuovere progettualità che contemplino con sistematicità la relazione tra arte, cultura, salute e ben-essere, soprattutto attraverso il ricorso a laboratori di Museoterapia a partire dalle persone con problematiche cognitive. In questa ottica, l’istituzione museale dovrebbe considerare il welfare parte importante della propria filosofia gestionale, favorire l’aggiornamento e la formazione del personale interno, stimolare il coinvolgimento della comunità, e la collaborazione con strutture sanitarie, associazioni, fondazioni, enti del Terzo Settore, stakeholder economici del territorio, imprese private, e coinvolgere, laddove possibile, professionisti di sostegno e specialisti esterni per diventare anche un hub sociale mettendo a disposizione inediti spazi relazionali.
I laboratori di Museoterapia per persone con problematiche cognitive, soprattutto nei casi in cui la compromissione sia lieve, corrispondono a una forma di riabilitazione cerebrale – che ha come obiettivo quello di migliorare o ripristinare funzioni del cervello danneggiate come memoria, attenzione e linguaggio –, utile per affrontare malattie come l’Alzheimer, il Parkinson, lo spettro autistico e la sindrome fibromialgica, lavorando sulle emozioni e rinforzando quanto più possibile le difese cerebrali. I laboratori vengono proposti da un team interdisciplinare attraverso un approccio polisensoriale, sviluppato in più fasi e supportato da misurazioni soggettive e oggettive.
Quando la memoria, il pensiero logico e il codice verbale regrediscono, è necessario identificare, sollecitare e sostenere altre vie di comunicazione in grado di procurare benessere alle persone affette da problematiche cognitive. Un percorso percettivo all’interno di un museo, strutturato attraverso un team dedicato e proposto con un “approccio scientifico”, aiuta con le varie forme di demenza perché agisce come stimolatore cerebrale che bypassa le aree cognitive danneggiate attivando emozioni e stimolando capacità memoriali residue. L’obiettivo di un progetto di Museoterapia è quello di migliorare la capacità della persona di apprendere e generare “nuove strategie esistenziali” per risolvere inediti problemi quotidiani attraverso abilità compensative.
Frequentare con regolarità i musei, magari supportando la visita con esperienze laboratoriali, può apportare benefici concreti all’umore, ridurre lo stress, alleviare gli stati d’ansia e influenzare positivamente il pensiero, infondendo nuova energia alla nostra esistenza. I laboratori di Museoterapia, il Mindful Museum, lo Yoga Museum o le “visite guidate speciali” rispondono all’esigenza di creare “esperienze estetiche” capaci di far ritrovare l’equilibrio psico-fisico, di lenire problematiche cognitive e migliorare la qualità della vita delle persone affette da stress, ansia, sindrome fibromialgica, Alzheimer o Parkinson.
Gli effetti della frequentazione museale e dei laboratori dedicati alla salute e al ben-essere dei visitatori sono supportati da ricerche universitarie, valutati soggettivamente e oggettivamente attraverso l’analisi delle ricadute non solo sui visitatori, ma anche sul personale museale. La misurazione degli esiti di ogni iniziativa non è utile solamente per determinare la persistenza degli effetti o ai fini della rendicontazione museale (bilancio di missione), ma per perfezionare le proposte laboratoriali attraverso confronti continuativi con iniziative analoghe regionali, nazionali e internazionali.
*Maurizio Vanni è Storico dell’arte, Museologo, specialista in Museoterapia e Biomuseologia, docente di Sostenibilità, Valorizzazione e gestione museale (Università di Pisa) e di Marketing per la cultura nel Master “Economia e Management della Comunicazione e dei Media” (Università di Roma Tor Vergata). È Direttore scientifico della collana “Musei e museologia del presente” (Pacini Editore, Pisa) e membro dell’Academic Board della Korean Society of Museum Studies di Seoul.





