Le misure protezionistiche funzionano di rado e hanno quasi sempre effetti collaterali negativi
Riccardo Illy su InPiù scrive che nella riunione del Consiglio europeo della settimana scorsa il piatto forte è stato il disavanzo della bilancia commerciale con la Cina e le misure per contenerlo. Nel 2025 il disavanzo è stato di 360 miliardi, quasi un miliardo al giorno. Nei primi quattro mesi del 2026 è cresciuto da 91 a 113 miliardi (+24%).
Ciò è anche conseguenza dei dazi americani, che hanno spinto le aziende cinesi a cercare sbocchi alternativi, il principale dei quali è l’Europa. I prodotti che generano il disavanzo non sono più solo quelli a alta intensità di mano d’opera e basso valore aggiunto come le T-shirt, ma soprattutto quelli ad alto contenuto tecnologico come le batterie, i sistemi di telecomunicazione e i robot umanoidi, di cui in pochi anni la Cina è diventata produttore leader. L’enorme avanzo della bilancia commerciale cinese dovrebbe rafforzare il Renmimbi e questo invece non avviene. Perché la valuta cinese, che ha due mercati distinti (onshore e offshore) non è pienamente convertibile. Con vari meccanismi di fissazione di valori, di contingentamenti, di obblighi, di controlli e divieti la Banca centrale cinese influenza il valore del Renmimbi per tenerlo basso al fine di favorire l’export. Se ne sono lamentati all’ultima riunione del G7 Mertz e Macron. La Presidente della Commissione europea von del Leyen ha anticipato che, anche per le pressioni degli industriali, proporrà una serie di ulteriori misure per arginare il disavanzo e ripristinare la competitività delle imprese europee. Ai dazi sulle auto elettriche già in vigore se ne potranno aggiungere su altri semilavorati o prodotti finiti, fino a arrivare teoricamente al cosiddetto “bazooka” anti-coercizione.
Le misure protezionistiche funzionano raramente, come dimostrano i recenti dazi americani, e hanno quasi sempre effetti collaterali negativi. Nel breve termine suscitano reazioni uguali e contrarie da parte dei paesi colpiti, che possono danneggiare l’export dei paesi che hanno iniziato la guerra commerciale. Nel lungo termine, siccome generano una fittizia competitività delle imprese, tendono a infiacchirle riducendone la capacità innovativa. Ulteriori misure protezionistiche introdotte dalla UE rischiano inoltre di dare il colpo di grazia a una già agonizzante Organizzazione Mondiale del Commercio. Ciò che la UE dovrebbe pretendere dalla Cina è da un lato la lotta a ogni forma di dumping (che spesso viene invece incoraggiato) e dall’altro la piena convertibilità del Renmimbi. Ripristinare, o meglio affermare per la prima volta, le regole del mercato da parte del Governo cinese. Ad armi pari le imprese europee sapranno non solo difendersi ma anche affermarsi nei settori in cui dispongono di un vantaggio comparato. Probabilmente continueremo a importare pannelli fotovoltaici ma grazie a quegli investimenti one-shot ci libereremo progressivamente della schiavitù dello Stretto di Hormuz. Ma rafforzeremo l’export dei beni ad alto contenuto tecnologico e soprattutto estetico nei quali eccelliamo e che i cinesi, sempre più numerosi grazie alla crescita del loro reddito medio, dimostrano di apprezzare.





