#CULTURA #ECONOMIA

La storia del riso

Roberto Pizzi.

L’Oryza sativa,  ovvero il riso, è una pianta originaria dell’Asia sudorientale la cui coltivazione  è antica più di 7000 anni. Importato in Europa dall’Oceano Indiano  fin dall’età classica, il riso era commerciato nel medioevo sugli scali levantini o in Spagna, dove gli arabi avevano introdotto la coltivazione. Nel Trecento il riso di Maiorca era venduto alle fiere dello Champagne e quello di Valenza, nei Paesi Bassi. In Italia fu nel 1400 che  iniziò la sua coltivazione: principalmente  nel Veneto, in Lombardia, in Piemonte e anche in Romagna; più raramente in Toscana, a Napoli, in Sicilia. Il riso si diffonderà, poi,  nei Balcani turchi e alla fine del 1600 raggiungerà l’America, successivamente grande esportatrice di questa graminacea. In Occidente sarà a lungo un alimento ausiliare, con scarsa accoglienza sulla tavola dei ricchi e  destinato, per lo più, all’alimentazione dei poveri. Nella Venezia del ‘500, in caso di carestia, veniva mescolato alle altre farine per farne il pane degli indigenti. In Francia era usato negli ospedali, nelle caserme, sulle navi, o veniva distribuito insieme a rape, carote, zucche, o impiegato col miglio per fare un mediocre pane che saziasse in qualche modo gli  affamati.

Agli inizi del 1600 la sua coltivazione venne introdotta anche a Lucca, nella zona marina, ma ben presto, nel 1612,  fu proibita dalla Repubblica, preoccupata per la salute degli abitanti vicini alle risaie. Ai primi del 1800 ricomparve nell’economia agraria di quel  territorio, in sostituzione del granturco e destinato all’esportazione grazie alla sua buona qualità. Fu chiamato il “frumento delle paludi” e trovò il suo habitat nella zona del lago di Massaciuccoli, ma la sua storia fu alquanto travagliata. Nel 1822, per le proteste degli abitanti di Corsanico e Mommio,  la sua coltivazione fu nuovamente vietata, fino al 1839, quando il duca Carlo Ludovico di Borbone, attratto dai pareri di esperti che decantavano la copiosità di produzione delle terre basse e palustri  emiliane, revocò il precedente divieto. Da allora il riso si estese anche ad ovest del monte di Quiesa, nelle zone di Porcari, Paganico, Tassignano. Alla decisione del duca contribuirono le pressioni di alcuni ministri  e di proprietari terrieri come il conte Minutoli Tegrimi, il marchese Bocella, l’avvocato Massei. Uno dei più decisi sostenitori dello sfruttamento agricolo della cultura fu proprio Carlo Massei,  collegato ai moti risorgimentali, personaggio di spicco dell’area progressista lucchese, già  distintosi sulla questione degli Asili infantili negli anni Trenta e fra i fondatori della Cassa di Risparmio. Col marchese Sampieri, di Bologna,  formò una società che prese in affitto alcuni terreni di Montramito da impiegarsi per la coltivazione di quella pianta dominante, quasi tirannica, ma che era in grado di fornire una maggiore resa per ettaro rispetto al grano  e di elevare notevolmente, grazie al suo superiore rendimento calorico, la dieta alimentare della povera gente. Ma enormi si rivelarono le difficoltà dell’impresa, costata discreti capitali. L’acquisizione dei fondi fu ostacolata dalla divisione frastagliata della proprietà terriera, dalle speculazioni dei proprietari che chiedevano canoni d’affitto spropositati, dai rifiuti di concedere il terreno per la sua trasformazione in risaia, in nome di antichi pregiudizi. La popolazione era ostile,  alcuni medici provocavano allarmismo e i contadini erano restii a prestare il loro lavoro per paura di rovinarsi la salute. Vi erano poi i problemi per fornire adeguata irrigazione dei campi. Tuttavia, tra mille traversie, il Massei restava convinto dei benefici delle risaie, trovando il sostegno del Viesseux, dell’accademia d’Agricoltura di Torino e della stampa bolognese. Pur non traendo profitto dall’impresa versiliese, Massei formò un’altra società col cognato e impiantò altre risaie nei paduli di Sesto, trovando anche qui  ostilità e boicottaggi. Cercò sostegno alle sue idee imprenditoriali presso il Congresso di egli scienziati italiani, che aveva cominciato a riunirsi periodicamente per affrontare il problema del pauperismo e dell’ammodernamento delle strutture produttive del paese.  In quello tenuto a Firenze, nel 1841, sul problema delle risaie non furono adottate risoluzioni definitive, lasciando l’argomento alle verifiche degli agronomi. In un clima toscano avverso alle risaie si giunse infine al V Congresso tenuto a Lucca nel 1843, dove le tesi del Massei sulla validità della coltivazione del riso come mezzo per salvare dalla miseria la popolazione, furono sconfessate in nome della salute pubblica. Per il Masseiera la disfatta e la rovina economica,  provvisoriamente sospesa per il comportamento del duca di Lucca, il quale  ignorò il parere degli scienziati e continuò a permettere la coltivazione del riso. Ma la sua volubilità non avrebbe tardato a manifestarsi: un bel giorno, da caldo sostenitore della coltivazione, ne divenne improvvisamente fiero avversario. Nonostante i tentativi  disperati del Massei, prima sospese le licenze, poi, nel novembre del 1846, vietò del tutto la cultura. Infine, l’anno dopo,   decise solennemente che l’uso delle risaie sarebbe stato proibito per sempre. Anche il riso finiva per scontare, dalle nostre parti, pur in epoca diversa,  quell’avversione verso le nuove coltivazioni importate da altre realtà geografiche: esempio più eclatante l’ostilità, anche di ordine morale, verso la patata, arrivata in Europa dopo la scoperta dell’America, ma accettata solo dopo un paio di secoli  e poi benedetta per aver permesso di sfamare milioni di persone. I nostri giorni vedono accesi dibattiti e  prese di posizione contro le coltivazioni transgeniche. La cautela è d’obbligo su argomenti così delicati, ma di fronte al ritmo di crescita esponenziale della popolazione del globo, vera e propria  “bomba demografica” pronta ad esplodere, bisogna chiedersi come sarà possibile alimentare, nel prossimo  futuro, tutta   questa umanità.

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