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Il piano per la ricostruzione di Gaza ma l’Idf lancia l’allarme sabotaggio

Ariel Piccini Warschauer.

Un doppio binario, apparentemente contraddittorio ma strettamente interconnesso, segna le ultime ore nella Striscia di Gaza. Da un lato prendono il via i primi, colossali passi ingegneristici per la ricostruzione di Rafah; dall’altro, l’esercito israeliano (Idf) si prepara a una nuova ondata di scontri, convinto che Hamas farà di tutto per sabotare la nascita di una Gaza post-bellica che ne decreti l’estromissione dal potere. Nel mezzo, la caccia ai responsabili dei massacri del 7 ottobre non si ferma: l’ultimo obiettivo mirato ha portato all’eliminazione di un miliziano chiave nel sud dell’enclave.

Il piano per la nuova Rafah

Secondo quanto rivelato dal sito di notizie israeliano Walla, la macchina per la ricostruzione ha iniziato a muoversi, parallelamente ai tentativi di insediare un governo tecnocratico che assuma il controllo della Striscia. L’ambizioso progetto prevede l’edificazione di una vera e propria nuova città sulle rovine di Rafah, con la costruzione di circa 50.000 edifici in un’area che si punta a mantenere totalmente priva di cellule terroristiche.

I primi contatti con aziende israeliane per la demolizione e lo sgombero delle strutture pericolanti sono già stati avviati. Le cifre logistiche sono monumentali:

“Si tratta di quantità enormi di macerie che devono essere trasformate in materiali da costruzione riciclati, in gran parte portate fuori per spianare l’area”, spiegano fonti della sicurezza israeliana.

L’Idf sta conducendo una vasta attività ingegneristica sul terreno, muovendosi in stretto coordinamento con gli Stati Uniti. Washington, dal canto suo, ha già aperto i primi bandi di gara per le opere ingegneristiche, un’operazione che richiederà l’ingresso a Gaza di un massiccio contingente di macchinari pesanti, pronti a operare sotto stretta scorta militare.

L’ombra del sabotaggio e la nuova fase di guerra

Tuttavia, il piano poggia su fondamenta fragili. “Tutto questo avviene prima ancora che Hamas deponga le armi e che la Striscia venga smilitarizzata”, avvertono i funzionari della Difesa. Per i vertici militari israeliani, l’organizzazione islamista ha un chiaro e vitale interesse a colpire qualsiasi progetto che possa sottrarle autorità e controllo sulla popolazione.

Il rischio concreto di attacchi e imboscate contro i cantieri e le infrastrutture sta spingendo l’Idf a pianificare una nuova fase di operazioni ad alta intensità. L’obiettivo resta lo stesso: sradicare le infrastrutture sotterranee in cui i vertici di Hamas continuano a nascondersi, a produrre armamenti e a pianificare la guerriglia urbana che non è mai cessata. “A questo ritmo — taglia corto un funzionario della Difesa — non ci sarà altra scelta che riprendere i combattimenti per disarmare definitivamente la fazione”.

Caccia ai miliziani del 7 ottobre: eliminato Abu Mazi

A conferma di come la tensione militare resti altissima, l’Idf ha reso noto di aver condotto un attacco mirato nel sud della Striscia, eliminando Akram Muhammad Mahmoud Abu Mazi.

Il miliziano, appartenente all’ala militare di Hamas, era attivamente ricercato per aver preso parte in prima persona alle infiltrazioni e ai massacri in territorio israeliano il 7 ottobre, stuprando e uccidendo donne israeliane.  Secondo l’intelligence di Tel Aviv, nelle ultime settimane Abu Mazi si stava muovendo per ripristinare le capacità operative del gruppo terroristico e pianificare nuovi attacchi contro civili e soldati israeliani. Un tassello che si aggiunge alla leadership decapitata del movimento, mentre il futuro politico e strutturale di Gaza resta appeso al filo sottilissimo della ricostruzione.

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