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Il grande scambio del Medio Oriente, tregua in Libano e Hormuz riaperto ma Teheran si tiene i missili

Ariel Piccini Warschauer.

Un miliardo di dollari dopo l’altro per sbloccare lo stallo che tiene il Medio Oriente sull’orlo del baratro. Nelle ultime ore, indiscrezioni sempre più fitte rilanciate dai servizi di sicurezza israeliani tratteggiano i contorni di un potenziale, colossale accordo di cessate il fuoco. Un piano diplomatico ad ampio raggio che non si limiterebbe a far tacere le armi lungo il tormentato fronte tra Israele e Libano, ma che punta a ridisegnare gli equilibri economici e commerciali dell’intera regione, riaprendo i rubinetti finanziari verso la Repubblica Islamica in cambio di una de-escalation marittima.

La chiave di volta dell’intesa poggia su un dare-avere che tocca i gangli vitali della stabilità globale. Da un lato, il congelamento delle ostilità in Libano e l’immediata riapertura del cruciale Stretto di Hormuz, l’arteria marittima dove transita un quinto del petrolio mondiale, costantemente sotto scacco delle minacce di blocco e dei sequestri della Marina di Teheran. Dall’altro, un imponente “dividendo della pace” per l’Iran: lo sblocco di miliardi di dollari di asset congelati all’estero a causa delle sanzioni internazionali.

Tuttavia, come spesso accade nelle complesse geometrie diplomatiche del Levante, il diavolo si nasconde nei dettagli e, soprattutto, nelle pesanti eccezioni.

Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa semiufficiale iraniana Mehr, Teheran avrebbe blindato la trattativa ponendo un veto invalicabile: né il controverso programma di sviluppo dei missili balistici iraniani, né il sostegno finanziario e militare garantito ai gruppi proxy della regione – a partire dallo stesso Hezbollah in Libano – saranno inclusi nei negoziati. Un’esclusione che solleva profondi dubbi sulla tenuta a lungo termine di un simile accordo.

Per l’Iran, lo sblocco dei fondi congelati rappresenterebbe una boccata d’ossigeno vitale per un’economia asfissiata dall’inflazione e dal malcontento interno, senza però dover rinunciare ai pilastri della propria dottrina di difesa e proiezione geopolitica (la cosiddetta “Asse della Resistenza”).

Di contro, per Israele e per le cancellerie occidentali si profila un dilemma logorante. Se la riapertura di Hormuz allontanerebbe lo spettro di uno shock energetico globale e il cessate il fuoco in Libano darebbe tregua alle popolazioni del nord del Paese, l’architettura dell’accordo lascerebbe intatta la minaccia strategica di Teheran. Senza un ridimensionamento dell’arsenale missilistico iraniano e senza lo smantellamento della filiera che rifornisce le milizie sciite ai confini dello Stato ebraico, la tregua odierna rischia di trasformarsi nel preambolo di un conflitto ancora più devastante domani.

I canali diplomatici restano febbrili, ma la diffidenza resta l’unica vera moneta corrente.

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