Sarà nascita di una vera pax americana o l’inizio della più grande polveriera del secolo
Ariel Piccini Warschauer.
Nel Libano meridionale il panorama è quello delle grandi transizioni: un flusso costante di civili libanesi sta ripopolando i villaggi un tempo esposti al fuoco incrociato dell’esercito israeliano e dell’Hezbollah sciita. In mezzo a loro, tuttavia, si muovono e rientrano alla base anche i miliziani di Hezbollah, decisi a rioccupare le posizioni strategiche lungo la Linea Blu. Questo massiccio e ambiguo ritorno è il primo effetto tangibile sul terreno di un clamoroso disgelo diplomatico che si sta consumando sopra le teste degli attori locali: la finalizzazione di un accordo d’emergenza tra Stati Uniti e Iran.
A squarciare il velo sui dettagli della trattativa è stato lo stesso Presidente Donald Trump, che in un’intervista bomba rilasciata al New York Times ha delineato la sua visione per un nuovo ordine mediorientale, non risparmiando fendenti durissimi all’alleato di sempre, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
L’accordo tra Washington e Teheran è stato raggiunto nonostante la ferma opposizione di Gerusalemme. I negoziati formali per un accordo nucleare definitivo inizieranno questo venerdì in Svizzera. Sul tavolo c’è una proposta draconiana ma pragmatica: una sospensione dell’arricchimento dell’uranio iraniano per un periodo compreso tra i 15 e i 20 anni.
Trump ha usato il bastone e la carota, dettando le condizioni con il tipico stile transazionale che lo contraddistingue:
L’ultimatum militare: Se non si giungerà a un accordo nucleare definitivo al termine dei colloqui, gli Stati Uniti sono pronti a riprendere immediatamente i raid militari su Teheran.
Il libero transito ad Hormuz: L’accordo prevede che lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il greggio mondiale, diventi “permanentemente esente da pedaggi” e minacce di blocco navale.
Il protettorato al 20%: In caso di fallimento dei patti da parte iraniana, Trump ha ipotizzato uno scenario in cui gli Stati Uniti diventerebbero i “custodi del Medio Oriente”, esigendo in cambio il 20% delle entrate e dei ricavi regionali.
L’attacco più duro è stato però riservato a Netanyahu, definito dal tycoon “un tipo molto difficile”. Trump ha liquidato le proteste israeliane con una frase brutale: “Israele dovrebbe solo ringraziare per questo accordo. Se l’Iran avesse un’arma nucleare, Israele non durerebbe in piedi nemmeno due ore”.
L’aut-aut di Teheran sui fondi congelati
La replica dell’Iran non si è fatta attendere, affidata alle parole del viceministro degli Esteri. Teheran fissa paletti rigidissimi: il periodo di negoziazione di 60 giorni concordato con gli Stati Uniti inizierà solo e soltanto dopo che Washington avrà effettivamente sbloccato gli asset finanziari iraniani congelati all’estero. “La questione nucleare non sarà nemmeno sfiorata prima che gli Stati Uniti abbiano adempiuto ai loro impegni di sblocco” ha tagliato corto il diplomatico.
Nel frattempo, l’agenzia di stampa statale iraniana Farsha svelato il retroscena che ha evitato il peggio nelle scorse settimane: Teheran avrebbe accettato di annullare l’attacco di rappresaglia massiccio pianificato contro Israele solo dopo aver ricevuto una promessa formale da parte americana riguardante il totale ritiro delle forze israeliane dal territorio libanese.
Mentre la diplomazia corre contro il tempo e i fondi miliardari ballano nei canali bancari internazionali, il Libano del Sud torna a riempirsi. Resta da capire se quella che si sta profilando sia la nascita di una vera pax americana o l’inizio della più grande polveriera del secolo.





