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Il fronte si infiamma, il cessate il fuoco è un miraggio

Ariel Piccini Warschauer.

La tregua in Medio Oriente appesa a un filo, anzi, già spezzata dal sibilo dei razzi che tornano a solcare il cielo della Galilea. Mentre la diplomazia internazionale si arena tra i veti incrociati e i lunghi voli cancellati, sul campo la polvere da sparo torna a essere l’unico linguaggio comprensibile.

Il tradimento di Hezbollah

Non è durata che un battito di ciglia la calma apparente al confine nord. Hezbollah ha rotto gli indugi lanciando colpi di mortaio e missili contro le comunità di Manara, Margaliot e Misgav Am. La risposta di Benjamin Netanyahu non si è fatta attendere: “Colpite con vigore”. L’ordine al Direttorato delle Operazioni dell’IDF è chiaro: neutralizzare le rampe di lancio a Deir El Zahrani e Al-Saamiya. Israele ora punta il dito contro Beirut: “Il Libano deve agire contro le milizie sciite o il cessate il fuoco collasserà definitivamente”. Il messaggio è un ultimatum: o lo Stato libanese riprende immediatamente il controllo del proprio territorio, o sarà la forza d’urto di Tsahal a farlo, senza più usare i guanti di velluto.  

Caos a Jenin

Non va meglio in Cisgiordania. Decine di palestinesi hanno forzato i checkpoint dell’esercito israeliano per fare irruzione nel campo profughi di Jenin, una polveriera mai spenta dove Fatah il partito palestinese che fu di Yasser Arafat rivendica vittorie elettorali in un clima di anarchia armata. La tensione è elettrica; ogni vicolo di Jenin trasuda la rabbia di una generazione che non vede altra via se non lo scontro frontale con i soldati con la stella di David.  

Il “Gran Rifiuto” di Trump e il rebus Pakistano

Mentre il fronte brucia, la politica dei palazzi segna il passo. Donald Trump ha tagliato corto con la sua solita irruenza: “Nessun inviato americano andrà a Islamabad”. Steve Witkoff e Jared Kushner restano a terra. Il motivo? L’offerta iraniana è stata giudicata “inadeguata”. Trump non ha intenzione di far volare i suoi per 18 ore solo per “sedersi al tavolo a parlare di nulla”.  

Dall’altra parte, la delegazione iraniana guidata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha lasciato il Pakistan a mani vuote. Teheran sembra paralizzata dalle lotte intestine tra i falchi dei Pasdaran, che chiedono il blocco dello Stretto di Hormuz, e una diplomazia che ormai non ha più margini di manovra, colpita anche dal diktat del nuovo leader Mojtaba Khamenei: “Non si discuta del programma nucleare”. Senza il tema atomico sul tavolo, le trattative sono un guscio vuoto.  

L’ombra del regime

Sullo sfondo, l’Iran continua a mostrare il volto feroce della repressione interna con l’esecuzione di un uomo legato ai militanti sunniti di Jaish al-Adl.. È un segnale di debolezza travestito da forza.  

In questo scacchiere dove i pezzi si muovono nel sangue e nella polvere, la pace appare oggi più che mai un’utopia da talk-show. La realtà, quella vera che si respira nelle trincee del Sud Libano o tra le case diroccate di Jenin, ci dice che la parola passerà ancora una volta alle armi.

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