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Il doppio gioco di al-Sisi, l’Egitto alza il tiro al confine con Israele

Ariel Piccini Warschauer.

Il confine che per decenni è stato il simbolo della stabilità mediorientale sta iniziando a tremare. Non per mano di terroristi, ma sotto i cingolati dell’esercito egiziano. Nonostante il trattato di pace del 1979, il Cairo ha iniziato a giocare una partita pericolosa e ambigua, una strategia del rischio che vede il Presidente Abdel Fattah al-Sisi impegnato in un preoccupante “doppio gioco” ai danni di Israele e degli equilibri regionali.

Provocazioni a un passo dal recinto

L’ultimo segnale di questa escalation è arrivato pochi giorni fa: l’esercito egiziano ha avviato massicce esercitazioni a fuoco vivo a ridosso del confine israeliano. Parliamo di manovre condotte a soli 100 metri dalla barriera difensiva. Sebbene tecnicamente approvate dall’IDF, queste esercitazioni hanno scatenato il panico tra i residenti del sud di Israele. Per chi ha ancora negli occhi l’orrore del 7 ottobre, vedere carri armati e truppe d’élite manovrare così vicino non è routine militare, è una minaccia esistenziale.

Perché l’Egitto, che dispone di oltre 60.000 chilometri quadrati nel Sinai, sceglie di sparare proprio a ridosso dei kibbutz israeliani? La risposta non è militare, è politica.

Tra Teheran e il caos economico

L’Egitto di al-Sisi è un gigante dai piedi d’argilla. Con un debito estero che oscilla tra i 160 e i 170 miliardi di dollari, il Paese è sull’orlo del baritro finanziario. Il blocco del traffico nel Canale di Suez, causato dagli attacchi Houthi nel Mar Rosso, ha tagliato le gambe alle entrate statali.

In questo scenario, il Cairo ha iniziato a guardare altrove. Mentre l’asse Israele-USA-Arabia Saudita cercava di contenere l’espansionismo iraniano, l’Egitto ha tenuto una posizione “morbida” verso Teheran, evitando di condannare esplicitamente l’Iran per le recenti escalation, così come non ha mai condannato esplicitamente Hamas per la strage del 7 ottobre. Un atteggiamento così ambiguo da far infuriare Riad: i sauditi si aspettavano almeno dei pattugliamenti aerei egiziani a difesa del Golfo, ricevendone in cambio solo una nota diplomatica che parlava di “profonda preoccupazione”.

Il “bullo” regionale

Dalla Libia al Corno d’Africa, al-Sisi sta cercando di riaffermare un’egemonia egiziana che sembra appartenere solo al passato. La reazione rabbiosa del Cairo al riconoscimento israeliano del Somaliland (dicembre 2025) è emblematica: l’Egitto teme che Gerusalemme possa ottenere un presidio strategico nel Mar Rosso, una zona che il Cairo considera il proprio “giardino di casa”.

Ma c’è di più. Al-Sisi ha persino tentato di scavalcare la mediazione americana nei colloqui tra Libano e Israele, proponendo a Beirut (senza successo) di negoziare a Sharm el-Sheikh. È la sindrome di chi si considera il “proprietario della pace”: il Cairo sembra convinto che nessuna distensione in Medio Oriente possa avvenire senza il suo avvallo.

La strategia del ricatto

La verità dietro i muscoli mostrati al confine è un disperato grido d’aiuto economico. Al-Sisi si comporta come il “bullo” del quartiere: crea tensione per forzare la mano ai partner internazionali. Il messaggio inviato a Gerusalemme e Washington è chiaro: “Aiutateci a ottenere prestiti dal Fondo Monetario e sovvenzioni dai Paesi del Golfo, oppure renderemo instabile il confine più sensibile della regione”.

Israele, però, non può permettersi di cedere a questo ricatto. L’erosione degli accordi di Camp David e la militarizzazione accelerata del Sinai sono fatti che Gerusalemme deve denunciare con forza presso gli Stati Uniti, garanti del trattato di pace.

L’Egitto non è ancora un nuovo Libano o una nuova Sri Lanka, ma cammina su un filo sottilissimo. Se la comunità internazionale vuole evitare il collasso del Cairo, deve farlo sulla base della cooperazione, non subendo le provocazioni di un esercito che spara a cento metri dai civili israeliani per nascondere i buchi nel bilancio dello Stato.

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