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Il Big One sull’Iran, gli Usa schierano metà della flotta

Ariel Piccini Warschauer.

Il deserto del Medio Oriente non è mai stato così affollato di acciaio e di tecnologia militare di ultima generazione. Mentre la diplomazia internazionale cerca di evitare la ripresa dei bombardamenti, i movimenti della logistica del Pentagono racconta una storia diversa: quella di una nazione, gli Stati Uniti, che si sta preparando allo scontro frontale e finale. A lanciare l’allarme – o meglio, a delineare lo scenario di una vittoria imminente in caso di escalation – è il generale di riserva Yaakov Amidror, ex consigliere per la sicurezza nazionale di Israele, in un’intervista fiume rilasciata a Sharon Gal.

Una flotta senza precedenti

Le cifre fornite da Amidror sono da brividi per i mullah di Teheran. Nelle ultime due settimane, un ponte aereo ininterrotto ha riversato nella regione quantità industriali di logistica militare. Ma è sul mare che si gioca la partita doppia: con l’arrivo della quarta portaerei, gli Stati Uniti avranno concentrato nello scacchiere mediorientale oltre il 50% del loro intero potenziale operativo mondiale.

“Gli americani si preparano alla guerra”, spiega Amidror senza giri di parole. “Difficile credere che Washington accetti un accordo vergognoso alle condizioni dell’Iran. La decisione finale spetta alla Casa Bianca, ma la macchina bellica è già in moto”.

Il punto di svolta, secondo l’alto ufficiale israeliano, risiede nel successo delle operazioni precedenti. Israele e i suoi alleati hanno già sistematicamente smantellato gran parte della contraerea iraniana (Namo). Questo significa che i cieli sopra Teheran non sono più una fortezza invalicabile, ma un’autostrada per i jet di Gerusalemme e Washington.

“Se verrà presa la decisione di tornare a colpire”, incalza il generale, “il prossimo attacco sarà immensamente più distruttivo del primo. Senza difese missilistiche, possiamo entrare immediatamente con una forza d’urto massiccia”. L’Aeronautica è già in stato di massima allerta, con i motori accesi e i target già inseriti nei computer di bordo.

La strategia della “Pazienza”

Tuttavia, Amidror invita alla calma e alla lucidità strategica. Anche un attacco devastante alle infrastrutture energetiche – il polmone finanziario del regime – non porterebbe al collasso immediato del sistema di potere. “Il nome del gioco è pazienza”, avverte l’esperto. L’obiettivo reale non sono solo le raffinerie, ma la debolezza della leadership. E quella, a differenza di un deposito di carburante, non evapora in una notte.

Il messaggio è chiaro: la morsa si sta chiudendo. L’Iran è più debole, isolato e vulnerabile. Resta solo da capire se l’amministrazione americana avrà il coraggio di sferrare il colpo di grazia o se preferirà continuare a giocare la complessa partita a scacchi della deterrenza. Ma con metà della flotta USA a due passi dalle coste iraniane, il tempo dei bluff sembra ormai finito.

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