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A Gerusalemme tensione sulla Spianata, il blitz dei coloni sfida lo status quo

Ariel Piccini Warschauer.

Il vento caldo della Città Vecchia porta con sé, ancora una volta, l’odore acre della crisi imminente. Non sono passate che poche ore dall’alba quando i cancelli della Porta dei Maghrebini si sono aperti per lasciare passare decine di manifestanti israeliani. Non è una visita di cortesia: è una marcia cadenzata, scortata dalle uniformi della Polizia di Frontiera, che attraversa il cuore ferito del conflitto mediorientale, la Spianata delle Moschee.

La mossa di Ben Gvir e l’azzardo di Netanyahu

Il clima si è fatto incandescente dopo che, lo scorso 12 aprile, il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir, ha scelto di calcare quegli stessi marmi. Per l’ala più radicale del governo Netanyahu, la sovranità non è un concetto astratto da discutere nei salotti della politica, ma una bandiera da piantare nel punto più sensibile e sacro per la geografia ebraica.

L’obiettivo è chiaro: scardinare lo Status Quo che dal 1967 assegna alla Giordania la custodia dei luoghi santi musulmani. Ma ogni preghiera sussurrata dai manifestanti israeliani tra i cortili di Al-Aqsa, dove per legge agli ebrei è permesso l’accesso ma non il rito, è una scossa sismica che si propaga ben oltre le mura di Solimano.

L’asse del dissenso: Amman e Washington

La reazione è stata immediata e prevedibile. Da Amman, il Ministero degli Esteri giordano ha definito le incursioni una «violazione flagrante del diritto internazionale». Ma è il silenzio irritato di Washington a pesare di più sulle spalle di “Bibi” Netanyahu. La Casa Bianca sa che la stabilità della regione passa per questo pugno di ettari. In un momento in cui l’amministrazione americana tenta di tenere insieme i pezzi di un dialogo impossibile con il mondo arabo, l’attivismo dei ministri messianici di Israele appare come un sabotaggio interno.

Il rischio escalation

Sul terreno, la polizia ha stretto la morsa. L’accesso ai fedeli palestinesi è stato centellinato, i documenti controllati uno a uno, i giovani respinti ai checkpoint lungo la via Dolorosa. È la ricetta perfetta per l’incendio: da un lato la rivendicazione identitaria israeliana, dall’altro il senso di un assedio da parte palestinese.

Gerusalemme, la “città della pace” solo nel nome, si ritrova ostaggio di una politica che ha sostituito la prudenza con la provocazione e la rivendicazione. Se il Monte del Tempio – o la Spianata delle Moschee – dovesse scivolare di nuovo nel caos, le onde d’urto non si fermeranno ai check-point della Cisgiordania, ma colpiranno il cuore di un governo che sembra aver smarrito la bussola della realpolitik per inseguire i sogni di una destra disposta a tutto pur di riprendersi il luogo di culto più sacro per gli ebrei di tutto il mondo: la spianata del monte del Tempio. 

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