Berlino, le piazze delle discordia: i tentacoli del regime di Teheran minacciano i dissidenti in Europa
Ariel Piccini Warschauer.
Doveva essere una manifestazione per la pace, organizzata nel fine settimana. Si è trasformata, nel giro di poche ore, nell’ennesimo fronte di una guerra sotterranea e transnazionale che da anni si consuma sulle strade delle capitali europee. La polizia di Berlino ha dovuto isolare e arrestare due sostenitori della Repubblica Islamica dell’Iran, protagonisti di aggressioni violente contro i gruppi della diaspora che manifestavano pacificamente contro il governo teocratico di Teheran.
L’episodio, apparentemente circoscritto alla cronaca locale, solleva in realtà un enorme velo di preoccupazione sulla sicurezza interna della Germania e, per estensione, dell’intera Unione Europea. Da tempo gli attivisti anti-regime denunciano come le piazze del Vecchio Continente siano diventate un palcoscenico concesso a islamisti e lealisti del regime iraniano, i quali utilizzerebbero lo scudo delle libertà democratiche occidentali per intimidire chi è fuggito dalla dittatura.
La tensione a Berlino è specchio di un’escalation che ha radici profonde. Solo di recente, la comunità iraniana in esilio è stata scossa dal gravissimo episodio che ha visto coinvolta Kosar Eftekhari, una giovane attivista diventata il simbolo delle proteste del movimento “Donna, Vita, Libertà” del 2022, dopo essere stata accecata a un occhio dalle forze di sicurezza a Teheran.
Eftekhari, che pensava di aver trovato rifugio e protezione in Europa, è stata pedinata, aggredita verbalmente e infine colpita fisicamente da un gruppo di estremisti filogovernativi durante un evento pubblico. Un’azione mirata che gli analisti definiscono di “repressione transnazionale”: la strategia con cui i regimi autoritari continuano a perseguitare i propri oppositori politici anche oltre i confini nazionali, instillando il terrore che nessuno, in nessun luogo, possa considerarsi davvero al sicuro.
Le preoccupazioni della diaspora iraniana trovano conferma nei report periodici del Bundesamt für Verfassungsschutz (BfV), il servizio segreto interno tedesco. I dossier dell’intelligence evidenziano da mesi una fitta rete di sorveglianza e infiltrazione legata ai Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC).
Le attività dei Pasdaran sul suolo europeo non si limitano al monitoraggio dei dissidenti o al disturbo delle manifestazioni di piazza. Negli ultimi anni, le autorità giudiziarie tedesche e di altri Paesi europei hanno accertato il coinvolgimento di cellule collegate a Teheran nella pianificazione di attentati e atti di sabotaggio contro istituzioni ebraiche, sinagoghe e figure chiave dell’opposizione. Il livello di allerta, confermano fonti della sicurezza tedesca, resta massimo.
L’evento di Berlino riapre inevitabilmente il dibattito politico in Germania sull’opportunità di concedere spazi pubblici e visti d’ingresso a figure ambigue, spesso mascherate dietro sigle culturali o associative fittizie, ma strettamente collegate all’apparato di potere degli ayatollah.
Per le democrazie occidentali si profila un dilemma complesso: come garantire il diritto fondamentale alla manifestazione e alla libertà di espressione senza permettere che agenti di governi ostili ne approfittino per esportare la violenza e minacciare la sicurezza nazionale. Per ora, la risposta della piazza berlinese è stata affidata ai blindati della polizia, ma la sensazione, tra i corridoi della politica federale, è che la gestione di questa “quinta colonna” richiederà presto risposte legislative e diplomatiche ben più severe.





