Da’ l’allarme
Luciano Luciani.
Sempre a proposito del rapporto tra il letterato e la storia del suo tempo, accostiamoci ora al Novecento, al “secolo breve”. Che cosa vediamo? La nascita e il proliferare delle avanguardie letterarie e il loro precipitare, tutte e di tutti i Paesi, nella “inutile strage” del primo conflitto mondiale. Poi, gli anni delle dittature che ora troveranno i loro più significativi corifei proprio negli intellettuali letterati, ora di questi conosceranno al più l’appartarsi complice o il silenzio rinunciatario. Negli anni successivi alle catastrofi della seconda conflagrazione mondiale, il problema del rapporto tra letteratura e politica, tra letteratura e le ideologie che per quasi mezzo secolo hanno diviso il mondo, tornò a riproporsi. L’intellettuale, lo scrittore, il letterato – se è giusto, se è lecito schierarsi – da quale parte deve farlo? Con chi è necessario allearsi? In Italia e in Francia, nel clima ancora fervido della vicenda resistenziale, prevalse l’idea dell’intellettuale, la cui funzione era quella di un uomo di cultura attivo, “impegnato”, non isolato nella sua torre d’avorio, ma disponibile, sempre e comunque, a battersi per migliorare la società ed eliminarne i difetti e le ingiustizie. Non pochi giovani scrittori, allora, provati dalle esperienze della guerra, della prigionia, della Resistenza, delle durezze degli anni della ricostruzione, sentirono il bisogno di recuperare la realtà sociale e tali argomenti diventarono spesso, forse troppo spesso, occasioni narrative affidate prevalentemente al romanzo. Il letterato si politicizzava in forme e manifestazioni non di rado eccessive che finivano per dare vita a distinguo, polemiche, ripensamenti…Una risposta al quesito, sempre riproponentesi, del corretto rapporto tra intellettuali e politica ci venne dalla Germania, la nazione che più di ogni altra aveva contribuito a scatenare il conflitto che aveva determinato il disastro dell’Europa, ridotta, all’indomani del ’45, a un largo “Paese selvaggio”, privo di regole, di leggi, scenario di vendette e rappresaglie. Proprio dalla Germania, che ha pagato, e duramente, le conseguenze del delirio nazista, è emersa a mio parere l’indicazione più semplice e più limpida del corretto posizionamento dell’intellettuale, del letterato, del poeta riguardo al proprio tempo storico. Ce la fornisce un romanziere tedesco, cattolico e pacifista eppure soldato nel secondo conflitto mondiale, quattro volte ferito in guerra,, autore di romanzi (Il treno era in orario, 1949; Dov’eri, Adamo?, 1951; Casa senza custode, 1954; Opinioni di un clown, 1963;) che nel 1972 gli valsero il premio Nobel per la letteratura. Si chiama Heinrich Böll (Colonia, 1917 – Bonn, 1985) e proprio nell’anno del suo massimo riconoscimento mondiale, dà alle stampe uno smilzo libretto di versi, Gedichte (Poesie). Qui, il lettore può incontrare in un testo brevissimo, un monito agli intellettuali del suo tempo circa la funzione sociale della poesie, della letteratura: l’unica, che competa agli intellettuali del suo tempo e, a me pare, di tutti i tempi: Da’ l’allarme
Da’ l’allarme / raduna i tuoi amici / non / quando urlano le iene / non / quando ti gira intorno lo sciacallo / o quando / abbaiano i cani da guardia / non / quando il bue aggiogato / fa un passo falso / o il mulo inciampa all’argano / da’ l’allarme / raduna i tuoi amici / quando i conigli mostrano i denti / rivelando la loro ferocia /quando i passeri scendono all’attacco / in picchiata / Da’ l’allarme
(dedicata a Ulrich Sonneman, pubblicata in Italia, Poesie, Einaudi 1974, traduzione di Italo Alighiero Chiusano)




