#CULTURA #ECONOMIA

La grande avventura storica della carta e le riflessioni sulla società contemporanea

Roberto Pizzi.

Da alcuni anni si svolge a Lucca la Mostra Internazionale dell’Industria cartaria (Miac) che richiama la presenza qualificata dei maggiori responsabili del settore di quasi tutto il mondo. Il prossimo appuntamento è previsto per il mese di ottobre 2026 e già si prevede un successo della manifestazione a conferma dell’acquisita importanza dell’industria cartaria lucchese che copre il 50% del fatturato dell’intera provincia, che impiega la metà della forza lavoro del territorio e che figura tra i principali settori a  forte  propensione all’esportazione. Ma essa offre anche l’occasione per una rivisitazione storica dell’invenzione della carta del II secolo d. C, alla quale si giunge passando dalla tavoletta d’argilla semplicemente incisa,  all’incisione sul legno,   al papiro egiziano, alla pergamena del Regno di Pergamo, in Turchia. Il merito dell’invenzione fu dei cinesi  che dalla  macerazione di vecchi stracci, canapa, scorza del gelso e altri materiali vegetali ottennero quella pasta, che essiccata,  era un  ottimo supporto alla scrittura.

La tappa successiva fu il  passaggio di questa tecnologia agli Arabi, nell’VIIIsecolo, dopo la battaglia sul fiume Talas  (751) e la cattura di alcuni cinesi fabbricanti di carta che furono costretti a svolgere il loro mestiere per conto dei vincitori. L’espansionismo arabo fece poi conoscere la carta all’Occidente, prima con l’esportazione del prodotto, quindi con l’impianto di  fabbriche in Spagna (XII secolo) e in Sicilia. Fu tuttavia in Italia, all’inizio del Trecento, che si formò l’industria europea della carta. In quegli anni, a Fabriano, una ruota idraulica metteva in azione enormi magli  guarniti di lame e di chiodi che tagliuzzavano gli stracci. Pur continuando la tecnica araba degli stracci di lino e cotone, culture affermate che favorirono la sostituzione della biancheria di lana con quella di tela, vengono introdotte migliorie alla qualità del prodotto. Ma è l’acqua, che serve da forza motrice e da ingrediente, l’ elemento fondamentale per la produzione. Lucca possedeva quel requisito e, inoltre,  sembra avesse acquisito le conoscenze tecniche del processo produttivo già prima dell’installazione delle cartiere di Fabriano ed Amalfi.

E’ probabile che le prime fabbriche lucchesi nascessero nella Valdinievole, da cui provengono  quei fogli di carta di straccio filigranati del 1376 e 1377, con la figura della pantera simbolo della città, conservati nell’Archivio di Stato. Si ha notizie, poi, di una cartiera della Val di Lima, alla quale, nel 1409, veniva concessa  l’esenzione dalla gabella sugli stracci. Dalla seconda metà di quel secolo sono documentabili le cartiere di Giuliano Bartolomei, a Villa Basilica, di Iacopo e Cristoforo Turchi, a Quiesa e quella dei Turini, a Pescia. Sempre a Villa Basilica troviamo la cartiera di Vincenzo Busdraghi, fondatore anche di  un’attività tipografica  di grande rilievo, la  cui proprietà passò  a Paolino Vellutelli e poi ad Alessandro Buonvisi. Altre cartiere sorgeranno nella metà del 1600 e durante il secolo successivo, ancora a Villa Basilica, a Vorno, Piegaio,  Anchiano, Collodi, fino ad arrivare alla struttura industriale dei giorni nostri, caratterizzata da grandi imprese appartenenti a gruppi locali, attive nella produzione del  “tissue” e dai gruppi multinazionali operanti nel settore del cartone ondulato, con il corollario di numerose piccole e medie aziende del settore cartotecnico. Tipico delle nostre prime cartiere e delle altre installate in Europa fu  l’utilizzo di macchinari mossi da mulini ad acqua,  mentre altrove la carta  veniva prodotta manualmente. Ciò caratterizza l’originalità dello sviluppo tecnologico dell’Occidente, le cui cause sono difficili da stabilire. E’ possibile che la scarsità di mano d’opera dovuta alle continue pestilenza abbia favorito la tendenza a privilegiare l’aspetto meccanico, che  dal XIII si sviluppò con un gusto irrefrenabile e che troverà la massima espressione nel corso del Rinascimento con i disegni di Leonardo. Mentre gli artisti dell’Oriente si dilettavano a dipingere fiori, pesci e cavalli, gli artisti dell’Occidente erano affascinati dalla macchina e dai libri di meccanica, come se fosse giunta a maturazione un’attitudine mentale covata nei secoli precedenti. L’abbandono dell’animismo, tipico dell’età classica e delle altre culture dominanti nel mondo, può esserne l’origine.  La concezione delle civiltà sia greco-romane che orientali era quella dell’armonia tra una natura  inviolabile e l’uomo ad essa sottomesso. I miti di Dedalo, Prometeo e della Torre di Babele indicavano la sorte di chi osava sfidare la Natura.  Quando all’animismo si sostituì invece il culto dei Santi, si liberò il tabù che vedeva in ogni albero una driade ed in ogni ruscello una Naiade. Ma ogni santo era un uomo, pur speciale, in grazia di Dio, ma  sempre un uomo in grado di salvare i raccolti, calmare i mari in burrasca, cioè di compiere quei miracoli che consistevano nel domare le forze naturali. Inesorabilmente, inavvertitamente, l’uomo medievale si mosse sempre più nella direzione di rendere quei miracoli meno funzione dei santi e più funzione della propria azione. La prima pietra di quella concezione naturalistica del mondo, essenziale ad una tecnologia avanzata, era stata posata. A secoli di distanza, coi tragici problemi dell’inquinamento, della sovrappopolazione, delle quotidiane cronache di alluvioni ed altre catastrofi  idrogeologiche, quelle titaniche cartiere, insieme agli altri complessi industriali produttori di ricchezze mai eguagliate nel passato, ripropongono nuovamente i temi di Dedalo, di Prometo e della Torre di Babele, costringendo molto probabilmente l’uomo ad un armistizio con la natura per non subirne drammatiche sconfitte.

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