Il nuovo corso dell’intelligence israeliana per abbattere il regime di Teheran
Ariel Piccini Warschauer.
Non è una transizione, è un terremoto. Quando il 2 giugno scorso Roman Gofman si è insediato al vertice del Mossad, l’onda d’urto è stata avvertita ben oltre i corridoi blindati del quartier generale a nord di Tel Aviv. Gofman è il primo «outsider» a guidare l’agenzia dal 2011. Più che una staffetta con il predecessore David Barnea, è stato uno scontro frontale, consumatosi fino all’ultimo anche davanti all’Alta Corte di Giustizia, che ha respinto i ricorsi per bloccarne la nomina. Ora il nuovo capo ha le mani finalmente libere. E ha fretta.
I primi passi confermano la rottura. Gofman ha rimosso il potente vice-capo «A», nominato da Barnea solo pochi mesi fa, sostituendolo con un altro ufficiale interno, sempre protetto dall’anonimato dell’iniziale «A», ma con una carriera fulminea che ha scavalcato gerarchie consolidate. Soprattutto, ha portato con sé cinque consiglieri esterni alla struttura, figure di massima fiducia provenienti dai ranghi della sicurezza, posizionandoli nei ruoli chiave per marcare a uomo l’apparato ereditato. Una mossa che i critici, attraverso i media israeliani, descrivono come un rischio per la tenuta interna del servizio, ma che l’entourage del nuovo direttore rivendica come necessaria trasparenza per dare una sferzata alla macchina e renderla ancora più forte.
La discontinuità non è solo una questione di organigrammi, ma di visione geopolitica. Al centro della dottrina Gofman c’è la priorità assoluta condivisa con il governo: il collasso della Repubblica Islamica dell’Iran. Ma è sul «come» che i nodi vengono al pettine. Barnea aveva accarezzato un piano audace, quasi fantascientifico, svelato nelle sue linee generali: un appoggio massiccio alle milizie curde in funzione anti-Teheran, garantendo non solo forniture di armi (in gran parte materiale sequestrato dall’IDF a Hamas e Hezbollah), ma persino una copertura aerea continua con una no-fly zone per proteggerne l’avanzata. Un progetto ambizioso, poi congelato dal veto della Casa Bianca di Donald Trump, allertata – secondo i sospetti di Gerusalemme – da una soffiata orchestrata dal governo di Ankara.
Per Gofman, quella strategia e le campagne psicologiche correlate non hanno raggiunto l’obiettivo. Il nuovo capo sta avviando una revisione globale per ridisegnare i piani operativi. Fonti della sicurezza frenano le voci di una tabula rasa totale: Gofman non intende gettare al macero quanto di buono ereditato per puro pregiudizio, ma vuole ibridare i vecchi dossier con un approccio più aggressivo e imprevedibile. Tra le opzioni sul tavolo degli analisti stranieri riappare persino il nome dell’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad come potenziale catalizzatore del dissenso interno, un’ipotesi su cui l’intelligence israeliana mantiene il più stretto riserbo.
Nel frattempo, la pressione si sposta anche sul fronte della guerra d’informazione e del contrasto alla delegittimazione internazionale di Israele, un settore dove Gofman intende imprimere il proprio marchio aumentando le risorse. Il Mossad si trova oggi a dover ricalibrare le proprie mosse mentre l’amministrazione Trump continua a mutare le regole del gioco in Medio Oriente in modo schizofrenico. Gofman ha chiesto ai media una tregua, un periodo di silenzio per poter lavorare lontano dai riflettori. Ma la storia recente insegna che le dinamiche del vicinato non concedono pause. Da oltre venticinque anni, in modo palese o coperto, il Mossad trova sempre la strada per colpire Teheran. La sfida di Gofman è dimostrare che la sua via è quella definitiva.





