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Harriet Beecher-Stowe e La capanna dello zio Tom

Luciano Luciani.

Harriet Beecher-Stowe nacque il 14 giugno 1811 a Litchfield nel Connecticut. Suo padre Lyman era un religioso, pastore della Chiesa Congregazionalista: un rigido calvinista, piuttosto arcigno in famiglia ma di convinzioni antischiaviste. Tutto preso dalle cure del suo ufficio, Lyman non trovava il tempo per dedicarsi all’educazione dei figlioli e così, dopo due anni di vedovanza, tornò a sposarsi: fortunatamente la giovane matrigna si rivelò un’ottima madre per Harriet, dimostrandosi capace dell’affetto e del calore richiesti dalla straordinaria sensibilità della bambina.
Delicata e impressionabile, Harriet trovò nella lettura un formidabile moltiplicatore alle proprie fantasie. Leggeva di tutto: testi religiosi, biografie, racconti storici. Le erano vietati i romanzi, considerati secondo la rigida morale del tempo non adatti a una fanciulla. Gli unici consentiti dall’intransigente genitore erano i romanzi storici di Walter Scott, mentre la futura autrice di besteller si entusiasmava di nascosto alla lettura delle Mille e una notte, scoperto per caso in una soffitta.
Harriet frequentò le scuole di Litchfield, distinguendosi per i rapidi progressi e lei stessa racconta che, seduta ben composta nel proprio banco, fingeva di svolgere i compiti: invece seguiva interessata le lezioni di storia e retorica che gli insegnanti rivolgevano ai ragazzi più grandi.
Ne 1832 Lyman Beecher fu chiamato a Cincinnati per dirigere un seminario e la famiglia lo seguì. In questa città di frontiera Harriet realizzò le sue prime esperienze giornalistiche e letterarie collaborando al “Western Monthly Magazine” e al “Mayflower”.

Nozze senza amore

Nel 1836 Harriet sposò Calvin Ellis Stowe che insegnava letteratura biblica al Lane TheologicalSeminary, fondato e diretto da Lyman Beecher. Il marito era senz’altro un uomo molto colto e preparato ma a giudicare da quanto Harriet scriveva a un’amica solo poche ore prima delle nozze non può proprio dirsi che si trattasse di un matrimonio d’amore: “Dapprima provai un’apprensione indicibile, e la settimana scorsa non sono mai riuscita a chiudere occhio; non sapevo come avrei subito questa enorme trasformazione della mia vita. Ora che il momento è giunto, non provo più nulla…” Si può supporre che Harriet acconsentisse a quel matrimonio per non pesare più sulla propria famiglia, numerosa e continuamente alle prese con non facili problemi economici.
I primi anni di matrimonio furono tutt’altro che tranquilli e Harriet e il marito conobbero povertà e malattie. Ci furono dei giorni in cui i due giovani coniugi non sapevano cosa avrebbero mangiato l’indomani. In frangenti così duri, Harriet dette prova di grandi capacità umane e, mentre la famiglia cresceva fino ad annoverare ben sette figli, seppe anche compiere quelle scelte che decideranno della sua vocazione di scrittrice.
Da tempo era alla ricerca di un modo per accrescere le magre rendite familiari e spesso aveva pensato di utilizzare a questo scopo quella attitudine alla scrittura che tutti le riconoscevano. Così, spinta, dalla necessità e su sollecitazione di alcuni editori amici di famiglia, cominciò a scrivere novelle che ebbero una buona accoglienza. Nonostante le continue preoccupazioni e il poco tempo disponibile, riuscì a produrre anche articoli di costume e racconti che le permisero di guadagnare discretamente e raggiungere una modesta fama letteraria.
Questa fase della vita di Herriet Beecher-Stowe si chiuse tragicamente nel 1849 a causa della morte di un figlio avvenuta nel corso di un’epidemia di colera. Un evento doloroso che venne compensato dal miglioramento della situazione economica della famiglia: infatti, nel 1850 il prof. Stowe fu chiamato a ricoprire la cattedra di teologia presso il Bowdoin College a Brunswick nel Maine.
La raggiunta tranquillità permise ad Harriet una più piena partecipazione alla vita politico-culturale della società americana del suo tempo divisa sulla questione della schiavitù tra abolizionisti e antiabolizionisti.

Genesi del romanzo che cambiò la storia di una nazione
Proprio alla fine del 1850 il problema si era riacceso a causa della famigerata Fugitive slaw law: nessuno schiavo fuggiasco poteva trovare asilo negli Stati dell’Unione e tutti i cittadini americani erano obbligati a restituire al proprietario ogni schiavo nero fuggito al Nord. Per rendere più malleabili gli eventuali scrupoli morali degli ufficiali pubblici cui competeva la decisione circa il destino dello schiavo era previsto un premio in denaro. Ma, soprattutto negli Stati settentrionali, erano in molti a fare obiezione, rifiutandosi non solo di catturare gli schiavi fuggiaschi, ma aiutandoli a raggiungere la libertà in Canada, appoggiandosi alla underground railroad, la “ferrovia sotterranea”, un’organizzazione semi-clandestina che favoriva concretamente gli schiavi in fuga.
La Fugitive slave law era una disposizione odiosa: il segnale delle persecuzioni crudeli in atto contro la popolazione di colore e commosse fortemente l’opinione pubblica americana… Segnatamente Harrietche già nel 1836 era stata costretta ad assistere a scene che l’avevano turbata e indignata: per esempio, quando la plebaglia eccitata da alcuni ricchi proprietari di schiavi aveva saccheggiato gli uffici e la redazione del “Philantrope”, giornale abolizionista diretto da un amico della famiglia Stowe.
La famiglia condivideva e sosteneva le sue idee: Lyman Beecher era un “conduttore” della underground railroad e aveva già messo a repentaglio la propria vita per favorire la fuga di una donna di colore, vecchia e malata. Poco tempo dopo Harriet riceveva una lettera da sua cognata: “Se avessi una penna eloquente come la tua, scriverei un libro per mostrare alla nazione quale abominio sia la schiavitù”. Raccontano che a questa lettura la giovane donna si alzasse in piedi ed esclamasse con accento ispirato: “Sì! Se Dio mi dà vita, scriverò un libro”.

La capanna dello zio Tom, un bestseller mondiale.
Si mise immediatamente al lavoro, raccogliendo informazioni dai documenti e testimonianze orali, inviando ai suoi corrispondenti negli Stati del sud questionari con cui raccolse in breve tempo tutte le notizie occorrenti. Le mancava ancora la scena madre del racconto, la morte di Tom. L’ispirazione le venne una domenica nella chiesa di Brunswick: la vide svolgersi nella sua mente fin nei più minuti particolari e a quella visione fu presa da un’emozione così intensa che represse a stento i singhiozzi. Tornata a casa si mise immediatamente a tavolino e quando ebbe terminato di scrivere quel brano chiamò i suoi e lo lesse loro ad alta voce. L’effetto di quella lettura furono l’evidente dolore e il pianto delle due figlie minori, una di dodici, l’altra di dieci anni. 
E non poteva essere diversamente perché, pur con tutti i suoi difetti anche vistosi – un eccessivo sentimentalismo, troppi elementi melodrammatici non sempre ben risolti, personaggi, compreso il protagonista, a volte ridotti a macchiette – La capanna dello zio Tom funziona ancora e rimane un grande romanzo popolare capace di parlare al cuore e alla ragione: “il libro giusto al momento giusto…tutto iscritto nella temperie politica e morale, nella tensione acutissima e nelle lacerazioni profonde che scossero gli Stati Uniti prima e dopo lo scoppio della guerra civile… uno dei capisaldi di tutta la storia letteraria americana… un passaggio obbligato, in ogni ricostruzione che non avvenga meramente per vertici estetici” (Vito Amoroso). 
Il romanzo uscì a puntate, secondo le abitudini editoriali di allora, tra il giugno 1851 e l’aprile 1852 sulle pagine della rivista abolizionista “National Era”, che si pubblicava a Washington. In origine doveva svilupparsi nell’arco di dodici puntate, ma, strada facendo l’autrice trovava continuamente nuovi spunti in favore della sua causa e così la stesura definitiva superò ampiamente i limiti fissati.
Prima ancora che la pubblicazione fosse pronta, la scrittrice aveva ricevuto offerte da parecchi editori che desideravano pubblicare il romanzo in volume. Finì per impegnarsi con John P. Jewet di Boston che le garantì il 10% sul ricavato delle vendite.
20 marzo 1852: furono più di tremila le copie vendute il primo giorno in cui La capanna dello zio Tomapparve nelle librerie e si arrivò subito a esaurire le diecimila previste per la prima edizione: il 1 aprile si cominciava già a tirare la seconda edizione. I torchi tipografici lavorarono ininterrottamente e alla fine dell’anno le copie stampate erano oltre 300.000. Il successo del libro non si arrestò agli Stati Uniti, ma valicò l’Atlantico: nel 1852 erano 40 le edizioni pubblicate in vari formati in Inghilterra e traduzioni apparvero in Francia e Prussia. Ancora pochi mesi e il romanzo veniva tradotto in oltre venti lingue tra cui l’araba, l’armena, la cinese, la malese… Intanto, all’insaputa dell’autrice, dal romanzo veniva tratta una piece teatrale rappresentata con successo negli Stati Uniti e nelle principali città d’Europa. 
Non si era mai visto un tale evento editoriale, letterario, culturale e il nome di Harriet Beecher-Stoweera ormai celebre in tutto il mondo.

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