Storia della seta a Lucca nel periodo d’oro
Roberto Pizzi.
Sostanzialmente si ritiene che la floridezza dei commerci lucchese, ancora in crescita per tutto il XIII secolo, fosse dovuta all’industria della Seta. Nel XIII secolo si parla di perfezione del prodotto lucchese, e di secolo d’oro della potenza politica, artistica economica di Lucca, definita anche “la repubblica delle formiche”. La definizione è di Ortensio Lando (1510-1558), umanista della cerchia dei Riformatori religiosi, secondo il quale, Lucca, la “setaiola”, sarebbe diventata industriosa, fin dal Duecento, per mancanza di territorio ad essa soggetto.
La ricchezza dei tessuti (tra i quali primeggiavano il damasco, i velluti, i broccati d’oro e di argento), la varietà dei colori, l’originalità dei disegni, si accompagnavano ad una severa disciplina protettiva dell’industria e del traffico commerciale.
Le operazioni principali, prima che la seta venisse avviata al telaio, erano: la filatura, l’incannatura, la torcitura, la cottura e la tintura, fasi a cui provvedevano le rispettive maestranze artigiane, riunite in corporazioni, ognuna delle quali, col proprio statuto. I tessitori (testori) si radunavano in S. Leonardo nei Borghi, sotto la protezione di S. Marco e di loro si ricordano gli statuti approvati dalla Corte dei Mercanti, del 1482 e dal Consiglio Generale, nel 1633. I tessitori, ricevuta la seta dalle Compagnie mercantili, la lavoravano nelle loro abitazioni, aiutati dalle donne delle loro famiglie. Ognuno aveva il suo stile, e si dedicava ad una sola manifattura dei drappi, nella quale si perfezionava.
Nel 1255 venne introdotto lo Statuto dei Tintori, il più antico, poi vi fu la riforma del 1279: tutto per migliorare la produzione e vincere la concorrenza, ma anche per incentivare il gusto estetico, e per la passione dell’arte. I fallimenti di varie banche alla fine del 1200 non intaccarono la solidità del commercio lucchese.
Gli Statuti del 1308, che intendevano difendere dalla concorrenza estera, proibivano di avvalersi di mano d’opera non lucchese e di vendere al minuto, agli stranieri, i panni serici nostrani. Addirittura si ricorse alle Leggi suntuarie, che furono emanate fin dal 1337, con un duplice intento: perché la seta doveva essere venduta e non usata a Lucca, quindi per scoraggiare l’autoconsumo e destinare il prodotto all’esportazione; per indurre le donne ad uno stile di vita il più sobrio possibile, onde evitare gelosie e odi sociali. Altre simili leggi furono emanate nel 1473 ed, ancora, durante il XVII secolo.
L’esportazione della seta era quasi la voce esclusiva della bilancia commerciale della Repubblica. I lucchesi frequentavano tutte le piazze commerciali italiane, specie del nord; partecipavano alle fiere dello Champagne, delle Halles a Parigi e in genere alle fiere di tutta la Francia. Più che compratori, erano venditori. Ciò spiega la disponibilità di capitali liquidi del piccolo stato. Grazie a ciò compravano in Inghilterra, alla metà del 1200, “pannilana” di Stafford e con l’esubero di liquido impiantavano Banchi di prestito, che finanziavano perfino i Re d’Inghilterra, i quali inserirono successivamente fra i loro finanziatori i banchieri fiorentini.
Anche i telai lucchesi erano molto ricercati e particolarmente i pettini e i tempiali, cioè i ferri che separavano il filo e stendevano il drappo sulla macchina, le cui misure ufficiali, alle quali doveva corrispondere la lunghezza della pezza, furono fatte murare dalla Corte dei Mercanti sulla facciata della chiesa di S. Cristoforo.
Molto richiesti a Venezia erano proprio i pettini del telaio lucchese, in quanto nessuno era in grado di farne così buoni.
La mercatura e l’industria della seta avevano dato ricchezza a molte famiglie lucchesi, fra le quali la più facoltosa fu quella dei Buonvisi, che dal 1575 al 1610 coprivano, con le loro ditte, coi loro parenti e corrispondenti, tutta la rete commerciale europea.
Ad impreziosire la tessitura contribuivano i “battiloro” e i “battilargento”, cioè i battitori dei metalli nobili, ridotti in foglia e poi in filo da tessere o da ricamare.
Fra il 1335 e il 1341, annualmente si esportavano da Lucca 125.000 libbre di drappi e seta. Ma tale cifra era neppure la metà di quella del periodo d’oro dei secoli 1100-1200. Il calo produttivo fu causato dall’esodo di molti artigiani, che espatriarono a Venezia, Bologna, Milano, in Germania, Francia e Inghilterra. Ancora un forte regresso avviene con la dominazione pisana (1342-1369), quando si scende a 50.000 libbre annue. Sotto la signoria dei Guinigi (1400-1430) si ebbe una ripresa che, nel 1440, arrivò alla cifra di 360.000 libbre di seta lavorata, con un guadagno netto di 500.000 scudi, valuta pregiatissima in quanto proveniente, tutta, fuori dallo Stato.
Si apprestavano però delle svolte epocali che col nuovo secolo avrebbero cambiato l’economia del Continente, con gravi implicazioni anche per il commercio della Seta.





