Il grande inganno, così Hamas ha addormentato l’intelligence di Tel Aviv
Ariel Piccini Warschauer.
Un velo di apparente normalità per coprire la genesi del terrore. Per quasi due anni, i vertici di Hamas hanno scientificamente orchestrato una complessa operazione di depistaggio geopolitico e militare, con l’unico obiettivo di cullare l’intelligence israeliana in un senso di totale, e fatale, compiacenza. A rivelarlo sono i documenti interni e segretissimi dell’organizzazione palestinese, recentemente sequestrati dall’IDF nella Striscia di Gaza e analizzati in esclusiva dal Meir Amit Terrorism and Intelligence Research Institute, il prestigioso centro studi guidato da ex membri di Mossad, Shin Bet e intelligence militare.
I file, che tracciano la cronistoria della macchina dell’inganno tra il 2022 e il 2023, svelano come l’eccidio del 7 ottobre non sia stato un impulso improvviso, ma il culmine di una strategia multidisciplinare denominata internamente ad Hamas «Il Grande Progetto».
La diplomazia come arma di distrazione
Il primo documento chiave risale al 13 settembre 2022 ed è intestato con un titolo che oggi suona come una sinistra profezia: “Costruzione di un piano di inganno strategico quale base per un attacco a sorpresa di Hamas contro Israele”.
Nello schema teorizzato dal gruppo terroristico, la diplomazia non era uno strumento di pace, ma una cortina fumogena. Il testo sottolinea la necessità di portare avanti i negoziati per lo scambio di prigionieri con l’allora Primo Ministro israeliano Yair Lapid. Mostrarsi flessibili e interessati a un accordo umanitario serviva a un unico scopo: proiettare l’immagine di un’Hamas pragmatica, ormai logorata dalla gestione del potere a Gaza e desiderosa soltanto di una stabilizzazione economica.
Per rafforzare questa percezione, i leader di Hamas hanno compiuto una scelta tattica logorante ma efficace: l’astensione. Durante diversi cicli di scontri tra Israele e il Jihad Islamico Palestinese, Hamas ha deliberatamente scelto di rimanere a guardare. Agli occhi degli analisti di Tel Aviv, quel disimpegno fu letto come il segno tangibile della “deterrenza” israeliana; per Hamas, era il prezzo da pagare per apparire deboli nel breve termine e proteggere il segreto dell’invasione imminente.
La desensibilizzazione del confine
Sul piano militare, il documento del 2022 teorizzava quella che gli esperti chiamano “desensibilizzazione visiva”. Le brigate Nukhba, le forze d’élite di Hamas, venivano convocate e mobilitate lungo la barriera di sicurezza a ritmi ripetuti e apparentemente casuali.
Addestramenti di routine, pattugliamenti standard, movimenti continui di truppe che, nel corso dei mesi, hanno assuefatto le vedette e i sistemi di sorveglianza dell’IDF. A forza di vedere “falsi allarmi”, l’intelligence israeliana ha progressivamente perso la capacità di identificare il momento esatto in cui quelle esercitazioni si sarebbero trasformate in un attacco reale.
Il telecomando della tensione
Saltando in avanti di un anno, un secondo documento del 25 settembre 2023 — appena due settimane prima del massacro — fotografa l’estrema lucidità della leadership a ridosso dell’azione. Si tratta di un aggiornamento sulla “seconda fase di pressione” inviato da Mohammed Odeh (all’epoca figura emergente, poi brevemente alla guida del braccio militare prima di essere eliminato) a Yahya Sinwar.
Nelle carte si legge l’ordine tassativo di “calibrare” le marce e le tensioni sul confine. Hamas decide di ridurre gli scontri tra il 25 e il 27 settembre per dare a Israele e ai mediatori internazionali (in primis il Qatar) il tempo di respirare e proporre concessioni economiche. Subito dopo, la tensione sarebbe stata riaccesa.
In questa fase, Hamas agisce come un regolatore di flusso della violenza, arrivando persino a frenare le altre fazioni armate di Gaza per evitare che “surriscaldassero” il fronte prima del tempo, rovinando la narrazione controllata del “Grande Progetto”.
«L’esperienza dimostra che il nemico risponde solo alla pressione. Le festività ebraiche rappresentano opportunità a breve termine», scriveva Odeh a Sinwar, pianificando lo sfruttamento dei giorni di festa dello Shabbat e di Simchat Torah per colpire Israele nel momento di massima vulnerabilità. I fili tesi verso l’esterno
L’ultimo tassello del mosaico è un verbale dell’Ufficio Politico di Hamas datato 2 ottobre 2023, cinque giorni prima dell’alba di sangue. Tra i ventidue membri del comitato, sette risultano assenti per “viaggio”. Tra questi figura Khalil al-Hayya, braccio destro di Sinwar, inviato in Qatar.
La sua non era una fuga, ma il posizionamento preventivo della pedina geopolitica: al-Hayya si trovava già all’estero per assumere il ruolo di capo negoziatore non appena l’inferno si fosse scatenato, prigionieri inclusi. I documenti raccomandavano inoltre di spingere nello spazio pubblico slogan legati alla moschea di al-Aqsa e al blocco di Gaza, preparando il terreno per capitalizzare il consenso della piazza araba e internazionale.
A distanza di quasi tre anni da quel tragico ottobre, la declassificazione di questi archivi interni non fa che confermare il fallimento concettuale prima ancora che tecnologico della sicurezza israeliana: aver creduto che il nemico avesse accettato lo status quo, mentre ne stava pianificando la distruzione.





