Il regime degli ayatollah dichiara guerra al commercio globale e minaccia Washington
Ariel Piccini Warschauer.
La corda della tensione globale, tirata allo spasimo da mesi nel silenzio di troppe diplomazie occidentali, si è definitivamente spezzata. La notizia, rimbalzata nelle ultime ore dalle agenzie di stampa controllate dal regime di Teheran, segna un punto di non ritorno: l’alto comando militare iraniano ha annunciato la chiusura completa e unilaterale dello Stretto di Hormuz, la vena giugulare dell’economia mondiale attraverso cui transita oltre un quinto del fabbisogno petrolifero globale.
Una mossa disperata e feroce, che giunge come ritorsione ai pesanti raid aerei e missilistici che gli Stati Uniti hanno sferrato contro le difese aeree e le postazioni radar della Repubblica Islamica. Ma a fare paura non sono solo i lucchetti messi alle rotte navali; sono le parole, intrise di fanatismo millenaristico, con cui i vertici dei Pasdaran hanno accompagnato il blocco. «Rendete insicuro il sacro Stretto di Hormuz?! Faremo di questa regione un inferno per voi», ha tuonato il generale Seyed Majid Mousavi, comandante delle forze aerospaziali del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica.
Un avvertimento diretto a Washington, definito da Mousavi come «la risposta all’audacia degli americani nella regione, se Dio vuole». Dietro la retorica teocratica, però, c’è una strategia militare ben precisa. La Marina dei Pasdaran ha già fatto sapere che qualsiasi imbarcazione si avvicini allo stretto strategico sarà soggetta a «provvedimenti decisivi» – traducibile, nel linguaggio dei guardiani della rivoluzione, con attacchi di droni, barchini esplosivi e mine navali. Nel frattempo, a tutte le petroliere e alle navi commerciali attualmente operative nel Golfo Persico e nel Mar d’Oman è stato ordinato di non lasciare le proprie zone di ancoraggio. Tradotto: un sequestro di massa, di fatto, dell’energia globale.
Il Pentagono ha subito liquidato le mosse di Teheran come un estremo tentativo di “diplomazia coercitiva” di un regime all’angolo, soffocato dalle sanzioni e strutturalmente incapace di reggere un conflitto convenzionale aperto con la superpotenza americana. Ma sottovalutare la capacità di danno asimmetrico dell’Iran è il peccato originale che l’Occidente continua a ripetere. Il blocco di Hormuz non è solo una minaccia militare agli Stati Uniti o a Israele; è un attacco diretto alle tasche dei cittadini europei e occidentali. Le prime stime parlano già di mercati energetici in forte fibrillazione, con il prezzo del greggio pronto a schizzare verso l’alto e a innescare una nuova ondata inflazionistica.
Mentre Washington risponde con i fatti della sua superiorità bellica, l’Europa si scopre ancora una volta drammaticamente esposta. La chiusura di Hormuz dimostra che con i regni del terrore non esistono accordi possibili o tregue durature. Se il Golfo diventerà davvero l’inferno promesso dai Pasdaran, sarà l’Occidente a dover decidere se spegnere l’incendio alla radice o rassegnarsi a pagarne il conto.





