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C’è un uomo che avanza nel silenzio del panorama politico israeliano

Ariel Piccini Warschauer.

C’è un uomo che avanza in silenzio nel panorama politico israeliano, scosso dalle fondamenta dopo il trauma del 7 ottobre. Si chiama Gadi Eisenkot, ex capo di Stato Maggiore delle IDF, e oggi leader della formazione centrista Yashar. Mentre i vecchi equilibri si sfaldano e la Knesset si avvia a grandi passi verso lo scioglimento in vista delle prossime elezioni, la sua parabola ascendente nei sondaggi sta ridisegnando la geografia dell’opposizione a Benjamin Netanyahu, mettendo sotto scacco i leader storici del fronte anti-Bibi.

Fino a poche settimane fa, la partita per la leadership dell’opposizione sembrava un affare privato tra gli ex primi ministri Naftali Bennett e Yair Lapid, uniti sotto il cartello elettorale Together. Ma i dati più recenti indicano una flessione per l’asse Bennett-Lapid e una crescita speculare di Eisenkot, ormai a un passo dal sorpasso che lo consacrerebbe guida del blocco alternativo al Likud. Un’ipotesi che ha innescato il panico tra le fila di Together, che da giorni pressa l’ex generale affinché accetti il secondo posto in lista dietro a Bennett.

“Dobbiamo prima unire il campo per vincere”, ha esortato Lapid in un appello accorato, dicendosi certo che un accordo sia questione di settimane. Ma la replica di Eisenkot è stata un muro di gomma: “Credo nella mia leadership, sono un candidato forte e non farò il secondo di nessuno”.

A distinguere Eisenkot dai rivali è una cifra stilistica ed esistenziale unica in una campagna elettorale dominata da personalismi e dalla retorica muscolare. Gli analisti parlano del suo stile come di un “anti-carisma”: una leadership pacata, riflessiva, percepita come profondamente autentica da un elettorato esausto dalle divisioni politiche.

C’è poi un legame tragico e indissolubile che lo unisce al Paese profondo: Eisenkot è un padre in lutto. Ha perso il figlio più giovane e due nipoti nei combattimenti a Gaza. È stata proprio quella perdita a spingerlo a fondare Yashar nel settembre 2025. “Bisogna trovare la forza di continuare per il bene del Paese”, ripete, incarnando il dolore collettivo degli israeliani del post-7 ottobre senza strumentalizzarlo. Se eletto, Eisenkot – nato a Tiberiade e cresciuto a Eilat – sarebbe il primo Primo Ministro di origine marocchina (mizrahi) nella storia dello Stato ebraico.

La vera faglia strategica nel campo anti-Netanyahu si consuma sul valore di una corsa solitaria. Secondo gli esperti dell’Israel Democracy Institute, un’alleanza immediata creerebbe un “effetto slancio” psicologico nei sondaggi, in grado di superare il Likud di Bibi Netanyahu e mobilitare gli indecisi. Tuttavia, per il blocco nel suo insieme, la corsa separata di Eisenkot potrebbe rivelarsi più redditizia: il leader di Yashar ha infatti la capacità di drenare voti dalla periferia, dai riservisti e soprattutto dalla destra moderata e delusa che mai voterebbe per Lapid o Bennett.

Sullo sfondo resta lo spettro di Benny Gantz. Anche lui ex capo di Stato Maggiore, anche lui entrato in politica con un immenso capitale di consenso, Gantz è oggi isolato, logorato dai compromessi passati nei governi di unità con Netanyahu e dai continui ripensamenti strategici, con il suo partito Blu e Bianco ormai ridotto ai margini dello sbarramento elettorale.

Eisenkot si trova davanti allo stesso bivio che tradì il suo ex alleato: cedere alle lusinghe della coalizione per massimizzare il risultato immediato o rischiare la corsa solitaria per scardinare definitivamente il sistema. Da questa scelta dipende il futuro del dopo-Netanyahu.

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