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Il tempo immobile del carcere, un romanzo di Valerio Callieri

“Il tempo scorreva sotto la pianta dei loro piedi, con loro che restavano ferme” (p.173). È questa la condizione esistenziale di chi si trova recluso, e per di più in regime di Alta Sicurezza, come la vivono le tre protagoniste del romanzo di Valerio Callieri, AS3, Fandango, 2026. 

Sono Anna, Monica, Virginia, tre donne condannate per reati gravi a pene lunghe sotto sorveglianza strettissima nella Casa Circondariale Femminile di Rebibbia. Con loro si interfaccia una educatrice: quattro donne da cui si sviluppa una storia che diventa via via sempre più drammatica perché vissuta in un ambiente, dove oltre alla libertà, l’individuo èprivato di ogni altro elemento materiale e immateriale che potrebbe portarlo a pensare al futuro. 

Le tre donne hanno lasciato fuori una vita di affetti, dolori, violenze subite e inflitte. La tentazione, dentro, è quella di rimuovere e dare alle altre ristrette un’immagine falsa di sé. Quando s’incontrano non si parlano, non si scoprono, con cautela rimangono guardinghe  nella loro riservatezza. Ma nella piccola sala di socialità  cominciano ad aprirsi, pensando che raccontarsi sinceramente aiuti se stesse e le loro vite. Tutto molto difficile e stentato. Fallito un tentativo di scrittura da cui Anna sperava di accedere a un permesso premio, rimane la confidenza tra loro.

Dall’altra parte, nell’area psico-pedagogica, l’educatrice stila Relazioni di Sintesi Educativa sul comportamento delle detenute, valuta gli esiti del trattamento, giudica le possibilità di reinserimento. Il linguaggio formale tratteggia profili irriconoscibili perfino alle stesse detenute. L’Autore descrive un mondo assurdo, senza possibilità di comunicazione. Sotto la lente del giudizio dell’educatrice le donne presentano diverse problematiche da affrontare e superare per un eventuale reinserimento a venire. Anna con la figlia Veronica, Monica con il figlio tossicodipendente, Virginia con una storia di violenza familiare. Anche l’educatrice ha qualche zona d’ombra, si porta dentro una vita di dolore, di affetti spezzati, di scelte non fatte. Se le detenute provano a parlarsi come unica via di salvezza, lei pensa addirittura di lasciare quel lavoro. 

Fino a qui l’Autore narra quanto le vite degli altri siano difficili, solitarie, infelici. Il passato è per alcuni terribile, per altri meno, ma non per questo privo di problemi. Dentro e fuori dal carcere è difficile per ognuno di noi aver la forza di accettare la propria realtà, la consapevolezza dei propri errori, parlarne e andare avanti.

Molte sono le suggestioni messe in campo nel libro per arrivare a tale esito; per esempio, una riflessione sul comportamento di Antigone e il valore della giustizia. Antigone trasgredisce alla legge dello Stato, che impedisce onori funebri ai nemici, per seppellire il fratello ucciso in battaglia. Dunque, è colpevole chi si oppone a una legge ingiusta? Riflessioni su cui le protagoniste si soffermano mentre l’educatrice, inadeguata e scontenta lascia il suo posto di lavoro. Ma ritorna: ha trovato il coraggio di accettare se stessa e il suo passato, grazie a tutto quello che in modi diversi, verbali e scritti, ha ricevuto da quelle tre donne, condannate in Alta Sicurezza. Che incontrava spesso nella piccola sala di socialità per ispezione. Ritorna per loro, per Anna, Monica e Virginia, perché ha capito che la solidarietà è l’unico modo che dia senso alla vita. Ritorna al suo lavoro con un altro impegno e un altro stato d’animo e molta umiltà. Ha capito che le sue valutazioni elaborate in tutti gli anni della carriera non hanno alcun valore. 

L’Autore, senza togliere niente alla durezza della vita carceraria, conclude il romanzo con un messaggio di speranza. Anche se il tempo scorre inesorabilmente sotto i piedi dei reclusi che rimangono immobili, la pena avrà una fine e si tornerà fuori. Forse, quello di Callieri è un finale troppo semplicistico. La vicenda, infatti, che nel suo svolgimento non spiega molti punti dei vissuti delle protagoniste e giunge a una catarsi finale, secondo i modi della tragedia greca.

Per dirla tutta, bastasse qualche conversazione a mezze parole tra l’educatrice penitenziaria e le recluse per rimescolare esistenze diverse e ricominciare da capo!

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